George Clooney ;)



















APPUNTI SU BRAD BARRON

di Il Pellegrino 

Quest'articolo non presenterà un discorso logico, consequenziale e strutturato quanto, denunciando la sua origine di post per il newsgroup it.arti.fumetti, una sequenza di impressioni, sospetti, ipotesi su quanto appare essere - al quarto numero di diciotto - e su quanto promette di essere per il futuro l'ultima fatica di Tito Faraci per la scuderia Bonelli. L'idea che ne sta alla base è quella di partire da dichiarazioni sulla serie fatte dallo stesso autore in interviste varie, dalla realtà fattuale (i quattro numeri usciti a oggi) e da alcune caratteristiche parziali del prodotto per arrivare, più che a un giudizio di valore sull'opera in toto, ad alcuni spunti sulla direzione che potrebbe prendere.

Riassumiamo, quindi, l'iniziativa: a grandi linee si tratta di una serie limitata con cui, partendo da una tipica invasione da b-movie anni '50, si vuole esplorare, con sensibilità moderna, un ampio ventaglio di generi.

Ho iniziato una specie di analisi facendomi una prima domanda: quale dovrebbe essere il piazzamento di quest'iniziativa sul mercato? Ho cercato di rispondermi basandomi, più che sulle intenzioni di chi ha lanciato la serie, su alcune delle sue caratteristiche più appariscenti. Allora: trattasi di serie in bianco e nero, a basso prezzo, di stampo prevalentemente action/fantascientifico, e con conclusione determinata.

Nulla da dire sulle prime due di queste caratteristiche, il b/n e il basso prezzo: sono tratti tipicamente (anche se non esclusivamente) bonelliani. Le altre due caratteristiche, invece, mi hanno stimolato qualche riflessione.
Fantascienza d'azione e serie con sviluppo e durata determinati. Sebbene certamente non siano nuove, nella pluridecennale storia del fumetto di casa Bonelli, queste sono entrambe caratteristiche quantomeno insolite. La seconda, soprattutto, rappresenta un tratto caratteristico di fumetti appartenenti a un segmento di mercato che di solito non si associa a quello bonelliano: quello dei manga leggeri da edicola.


Uhm.
Brad Barron come un manga. Che considerazione insolita. E, proprio perché insolita, piuttosto stuzzicante. Prendendola come "ipotesi di lavoro" - del tutto astrattamente, quindi, e per il puro gusto del gioco intellettuale - potremmo farne scaturire riflessioni piuttosto interessanti... per esempio sulla possibilità di tentare una via italiana alle strutture del manga che non passi per la mera imitazione dei testi e dei disegni, ma per la digestione - e rielaborazione in termini squisitamente "autarchici" - di alcuni assunti di base di una fetta (quella disimpegnata/avventurosa ad alta penetrazione popolare) del materiale nipponico.

In questa ottica, possiamo usare i manga come termine di ispirazione e di confronto sul terreno della "continuità narrativa". O, per meglio dire, dell'interrelazione tra gli albi. Mi spiego: avendo ua conclusione definita, un sicuro punto di approdo cui fare riferimento, era possibile legare i volumi l'uno all'altro seguendo la strada, tipica di molti manga, di creare una specie di romanzo-fiume fortemente collegato. Un po' come 20th Century Boys, per intenderci. Questo avrebbe aperto molte possibilità, e consentito l'utilizzo di una serie di strumenti, alcuni semplici (come il cliffhanger), altri più complessi (come un'impostazione progressiva della trama, punto sul quale torneremo più avanti). Rispetto a questa possibilità, potremmo dire che il passo è stato fatto solo a metà. Infatti, come sembra di capire dall'introduzione al terzo volume, l'impostazione sembrerebbe invece quella di una serie di episodi a sé stanti collegati in maniera vaga da un fil rouge...

Si tratterebbe quindi di un'altra delle "interrelazioni tra gli episodi" usate nei manga: quella di lavori come Ushio & Tora, e (a quel che sembra) di Lone Wolf & Cub. Opere - tra l'altro solitamente ben più lunghe di 18 volumi - in cui si assiste a una serie di episodi solo vagamente legati fra di loro... che però poi vengono fortemente connessi da una lunga striscia finale che riallaccia tutti i fili della narrazione.
E' ancora presto per dire se questo run finale ci sarà effettivamente anche in Brad Barron. Ma, personalmente, ci spero.

(Ovviamente so bene che non esistono solo questi tipi di serializzazione in ambito manga. Basta pensare a Uruseiyatsura, che si configura come serie "aperta" a puntate per niente collegate le une alle altre. Ma questa è già una caratteristica di gran parte del corpus Bonelli, e qualsiasi discorso in merito sarebbe un inutile pleonasmo.)

Ancora soffermandoci sulla similitudine col manga, molti di questi (quelli che si concludono) condividono con la più ampia categoria delle storie a conclusione una certa verticalità. Certo, non tutte le storie a conclusione sono a sviluppo verticale, ma questa è una tendenza sempre più affermatasi nella narrazione in senso moderno. La verticalità va ad affiancarsi alla progressività: lo status di persone e cose dentro la narrazione va a cambiare. Può quindi succedere che l'ambiente in cui si muovono i personaggi muti a seguito delle azioni di uno o più di essi, oppure che i personaggi crescano, evolvano, maturino o semplicemente cambino.
E in Brad Barron? Attualmente, a quasi il 25% della storia, l'interazione con l'ambiente non è sembrata poi così intensa, né lo scenario ha subito variazioni di sorta. In una bella intervista apparsa su Comicus Faraci dichiara che "Alla fine di ogni episodio non c'è la ricomposizione dello stato di partenza, non si torna alla quiete". Personalmente non ho visto, nei quattro episodi letti (tolto il primo, nel quale si svolgono le premesse della serie e quindi si passa dalla vita quotidiana all'invasione e alla fuga) grosse variazioni dello status quo, se non nel fatto che il protagonista acquista o perde un mezzo di trasporto e che alla fine della storia è in un posto diverso che all'inizio.
Né Brad Barron sembra aver fatto progressi a livello di psicologia. E' vero, possiamo ancora dire di essere ai numeri introduttivi, ma adesso la macrotrama ha davvero bisogno di muoversi.


Abbandonando la similitudine con i manga, ci sono poi altri aspetti da prendere in considerazione: quelli che hanno a che fare col suo contenuto, e che permettono paralleli con altre iniziative. Un aspetto fondamentale viene messo in evidenza dallo stesso Faraci in un'altra recente intervista apparsa su Ultrazine: parlo del gusto postmoderno in salsa "light", che potrebbe avvicinarlo a certi lavori recenti dell'Irsuto Zio di Northampton. E', per l'appunto, lo stesso scrittore a fare il paragone, prendendo a mo' di termine di paragone la serie Tom Strong.

Cercherò di muovermi lungo le stesse coordinate, evitando il confronto qualitativo e operando solo nell'ambito indicato da Faraci.
In questo caso, il postmodernismo mi è apparso fin troppo leggero: la sceneggiatura in almeno tre episodi su quattro (il primo, il terzo e il quarto) è decisamente ben fatta, ma più che un'esplorazione, che dovrebbe mettere in evidenza anche angoli nascosti o punti che si possono forzare o provare per ottenere effetti interessanti (del resto, sennò, perché cambiare angolazione?) l'iniziativa sembra un ripercorrere, senza sgarrare granché, strade già battute.

Ora, occorrerebbe vedere come effettivamente Faraci intendesse i termini "esame" e "rilettura" (presi dall'introduzione al primo numero): era un semplice rivedere i vecchi generi con gli strumenti di sceneggiatura attuali o, come detto prima, un saggiare vecchie soluzioni (e quindi anche i loro limiti e i punti in cui sono ancora vitali) alla luce del moderno modo di narrare?
Nel secondo caso manca proprio l'aspetto critico, la capacità di parlare del genere che si esplora mentre lo si sta facendo.
Del resto, benchè Faraci sostenga che utilizzare strumenti narrativi moderni sia un sensibile elemento di distinzione, io non sono dello stesso avviso. Facendo una considerazione molto personale, e riprendendo la metafora del giocattolo smontato e rimontato (un classico quando si parla di queste operazioni), è come se avesse smontato il giocattolo con un trapano elettrico e un cacciavite a batteria, invece che con un succhiello e un normalissimo cacciavite, per poi rimontarlo com'era prima. Trovo che in un procedimento del genere si otterrebbero risultati sostanziali chiedendosi cosa succederebbe se si scambiasse una valvola con un transistor, o se si mettesse una rotellina più grande fra gl'ingranaggi.

E' un procedimento che lo stesso Faraci ha usato benissimo nel suo lavoro su Diabolik. Ed è anche quello che succede in serie come Supreme e Tom Strong. In queste, si arriva a parlare anche in modo esplicito delle soluzioni che si stanno esplorando (si pensi alla battuta sul flogisto, nella storia di Tom Strong apparsa in Italia su America's Best Comics n. 6). Oppure, pur restando all'interno del genere, si trovano nello specifico soluzioni moderne che mostrano come quel particolare genere o filone sia ancora vitale e passibile di un'interpretazione moderna (sempre in Tom Strong, un'invasione pandimensionale risolta mediante il dilemma del prigioniero, o in Supreme la presa di coscienza dell'androide-sosia). O, ancora, si portano quasi al punto di rottura determinati spunti tradizionali (come nella seconda miniserie della Lega degli Straordinari Gentlemen, quando la tecnica d'ibridazione di Moreau viene usata per un primo esempio di guerra batteriologica).

Ma nulla di questo si vede al momento nella serie in esame...

Queste poche e confuse considerazioni sono attualmente quanto ho ricavato dalla serie. Nonostante i dubbi, continuo ad avere fiducia in questa iniziativa, in quanto, coi prossimi numeri potrebbe raggiungere una complessità e una continuità narrativa maggiore. Secondo l'autore infatti il decollo vero e proprio dovrebbe avvenire col quinto episodio, che dalle anticipazioni lascia ben sperare grazie all'introduzione di un nuovo personaggio: spero proprio che l'apparizione di quest'ultimo non sia limitata a un episodio, e che abbia una pesante influenza sul main plot.

Ho cercato di dare una valutazione serena di Brad Barron, allontanandomi da qualsiasi influenza o pregiudizio derivasse da altre testate dello stesso editore. In questo caso, l'intercambiabilità delle storie a scapito delle ambientazioni, ridotte a mero fondale, non aiutava un giudizio sereno. Pur con tutta la bontà di questo mondo, comunque, il terzo episodio della serie è clamorosamente un western risolto nel più classico dei modi e con la metatestualità ridotta al minimo. Il punto, ripeto, è che però non so quanto questa metatestualità sia nei propositi di Faraci, che mi appare più orientato a un discorso tecnico. Le qualità tecniche dello scrittore, comunque, non sono certo in discussione...

Riassumendo, credo davvero che la serie abbia bisogno di un'ambientazione che si evolva e di mostrare che gli atti del protagonista hanno un effetto sullo scenario che lo circonda (cosa che sarebbe davvero un signor passo avanti per una serie Bonelli, e che reputo essenziale in una serie a termine): la trama deve aver modo di avanzare e, per ora, questo non succede. Confido ancora, comunque, nel fatto che questo possa ancora accadere, e mi resta ancora abbastanza fiducia da prendere il prossimo paio di numeri.


 

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