IO E WILL EISNER

di I ProGlobers 

Moreno:

La notizia la sapete tutti quindi non la ripeto.

Questo non è un necrologio per Will Eisner. Non è nemmeno una retrospettiva completa della sua vita e della sua carriera (D'altronde non potrei nemmeno avvicinarmi alla completezza sull'argomento: sono ventiquattro anni che compro tutto quello che trovo con il suo nome sopra, e ancora mi capita di scoprire ogni tanto sue opere che non conoscevo). Sono solo ricordi personali legati alle sue opere..

Avevo sedici anni quando ho letto per la prima volta "Il contratto con Dio". Sedici anni forse nemmeno ancora compiuti. Forse erano solo quindici. Dipende se il numero 201 di "Eureka", datato Marzo 1980, aveva o no la data del mese successivo (una vecchia abitudine delle riviste a fumetti).

Eureka 201. La prima parte. Eureka 202. La seconda parte. E, in precedenza, nel numero 199 (gennaio 1980) già una prima storia tratta dallo stesso volume americano ("Un casamento nel Bronx", traduzione di "The Super"). Erano gli anni del declino per quella testata, che aveva sempre inseguito Linus (e ora lo faceva pure nella crisi) senza mai riuscire a superarlo. Ma Luciano Secchi (da poco tornatone al timone) aveva ancora fiuto. Se Alter Alter pubblicava da alcuni anni il nuovo fumetto francese "umanoide", e italiani come Pazienza, lui andava a cercare altrove. Nel bistrattato fumetto americano, e persino in quello giapponese. Quello stesso mese, Eureka pubblicava anche una storia di Yoshihiro Tatsumi. Quasi venticinque anni prima degli attuali volumi Coconino. Dieci anni prima dei manga Granata.

E c'era qualcosa che accomunava Eisner a Tatsumi. (Oltre al fatto di costare poco e di provenire da mondi fumettistici ignorati dal resto delle riviste "d'autore" che si scannavano per i diritti dei maggiori autori francesi, intendo). I loro fumetti sembravano vivere di una vita tutta loro. In un mondo fumettistico in cui la "normalità" era rappresentata da pistoleri infallibili, da eroi dai poteri sovrumani, da deliri psichedelici e citazioni dalla contro cultura, da fumetti "di rottura" e underground, da silenziosi guerrieri a cavallo di pterodattili, da aliene divinità egizie, ecc., quei due fumetti erano i più strani, i più alieni, i più originali di tutti.

Parlavano di un entità inconcepibile e sconosciuta: la gente "comune". Quelli che vediamo tutti i giorni nella vita "vera". Parlavano di noi stessi.

Erano, anche se l'avrei capito solo molto più tardi, gli autori più "rivoluzionari" che avessi mai letto. Forse anche perché entrambi avevano già un età tale da non lasciarsi abbagliare dalle apparenze, dai lustrini e costumi colorati, e puntare invece alla sostanza delle cose.

Will Eisner, quando pubblicò "Il contratto con Dio" (1978), aveva già 61 anni. Pensateci. A sessantun anni, dopo una lunga carriera (aveva pubblicato il suo primo fumetto nel 1936) coronata dal successo commerciale (realizzava da anni manualistica a fumetti per l'esercito americano, e altre cose non legate direttamente al mondo del fumetto), e dopo essere andati in pensione, di solito ci si mette a pescare o al massimo a ritrarre paesaggi. Non ci si mette a sconvolgere il fumetto mondiale con una cosa così dirompente che ci vorranno anni perché la sua carica rivoluzionaria venga compresa del tutto...

All'epoca, quei due fumetti non mi affascinarono tanto quanto altri più avventurosi, colorati, "consueti". Ma mi colpirono. Ogni tanto li rileggevo. Non riuscivo a dimenticarli. Non mi ricordo sinceramente quanto fosse conosciuto Eisner allora in Italia. Non molto, credo, o non sarebbe stato così ignorato dalle altre riviste. Non ricordo se fu presentato con note biografiche su Eureka. Ma io di lui sapevo veramente poco. Non sapevo che era stato lui ad instradare nel campo del fumetto "autori più giovani" come il Jack Kirby che leggevo sui "Fantastici Quattro" e il Jules Feiffer che leggevo su "Linus". Non sapevo che fosse stato fra i primi, pionieristici realizzatori di comic book, né che con "Spirit" ne avesse in pratica evoluto, singolarmente, il linguaggio fino agli strumenti e alle tecniche ancora in uso adesso.

Eisner era una strana combinazione: un grande autore con un grande fiuto per gli affari. Ci sono tanti autori che avrebbero potuto realizzare grandi cose, ma non hanno mai potuto farlo, macinati, distrutti o incasellati da una macchina editoriale dedita solo a produrre mediocrità sottoculturale. Eisner riuscì a non farsi assorbire, e sin dagli anni 30, a non avere altri padroni se non sé stesso. Un innegabile capacita' imprenditoriale che sapeva far fruttare un talento e una passione che a loro volta grazie ad essa non erano costrette a piegarsi alle logiche massificanti che allora dominavano il fumetto.

Una capacita' imprenditoriale tale da fargli fiutare per tempo il tempo che cambiava, e spingerlo nei primi anni 50 a lasciare il fumetto, prima della grande crisi, assicurandosi un lavoro solido e sicuro (con il governo...) mentre il fumetto americano agonizzava fra censure, codici e scandalismo, fino a ridursi a sopravvivere solo con flebo di super eroi.

Anche in precedenza, i mille esperimenti che aveva fatto con Spirit li aveva fatti con cautela, e pensando all'effetto sul pubblico: un pubblico (quello dei quotidiani che ospitavano l'inserto settimanale) più maturo e adulto di quello dei comic book (bambini soprattutto), ma che comunque cercava solo intrattenimento. Ed Eisner glielo dava: le sperimentazioni su Spirit erano soprattutto formali, di linguaggio: Eisner giocava con il formato, con i layout, con le convenzioni. Alcune di quelle storie sono capolavori di ironia e leggerezza, altre avevano morali più o meno nascoste. Ma in tutte quante, c'era comunque un eroe mascherato che catturava un criminale. Cioè quello che il pubblico voleva (e c'erano altre cose che il pubblico voleva: ambienti esotici, tensione, avventura, tante donne, o fanciulle in pericolo o sensuali adescatrici. Umorismo, E soprattutto, evasione...)

Non si viene ricordati per decenni, né si fanno i soldi, d'altronde, senza dare al pubblico quello che vuole.

Poi passano gli anni. Tanti. Arriva il fumetto underground, la rivoluzione fra le nuvole parlanti. E fra tanti "vecchi" autori quarantenni scandalizzati, spicca un maturo signore cinquantenne che si interessa, vuole conoscerli, e stringe un amicizia con Denis Kitchen, di professione autore ed editore underground. Tanto da realizzare per lui nuove storie di Spirit, dopo tanti anni.

Ma Spirit è nostalgia, è revival. Will si stanca ben presto. Non è tipo da tornare sulle cose che ha già fatto. Denis Kitchen continuerà a pubblicare Spirit per anni, prima su comic book, poi nella splendida "Spirit Magazine" (iniziata comunque dalla Warren) e poi di nuovo in comic book e volumi, ma solo ristampe delle storie classiche degli anni 40. Resterà comunque l'agente di Eisner, e il suo editore per quasi trent'anni.

Will (che intanto, nel 1972, ha venduto la sua casa editrice con i suoi contratti con il governo, ed ora a 55 ha il tempo e la sicurezza economica per fare solo quello che gli pare a lui) sta meditando ben altro. Qualcosa di mai visto prima. Fumetti non escapisti, fumetti per lettori consapevoli. Non rivolti a bambini, né a giovani "ribelli". E venduti in libreria. Un fumetto come un libro. Una "Graphic Novel".

Non era il primo a tentare una di queste cose. Ma era il primo a pensare di poterle fare tutte insieme. C'erano già stati fumetti più profondi e maturi del "solito", ma erano ben presto naufragati e dimenticati come i sottili comic book che li contenevano. O dovevano nascondersi sotto una patina di "umorismo" che ne limitavano molto gli argomenti. E già Gil Kane aveva tentato (due volte!) di pubblicare fumetti in libreria, ma entrambe le volte, per cercare di vendere abbastanza copie, aveva realizzato opere meramente escapistiche, d'azione o fantasy, non particolarmente diverse (se non per i tabù superati e la violenza) dai normali comic book. E condannate in partenza dal boicottaggio dei distributori.

No, tutto questo allora non lo sapevo. è difficile ricordare cosa pensavo allora, quasi venticinque anni fa. Cosa sapessi di questo autore.

Di sicuro non sapevo che, come il protagonista di "Il contratto con Dio", fosse ebreo, e che avesse vissuto per anni in una strada identica a Dropsie Avenue. Non sapevo che avesse perso come lui una figlia pochi anni prima (nel 1969). Non immaginavo (ne penso di poter capire adesso) quanto fosse "personale" quella storia per lui.

Ma sapevo quanto lo fosse per me. Perché anch'io avevo un mio personale "contratto con Dio", non scritto, certo, se non nei libri di catechismo che mi facevano leggere a dottrina. E era da poco che stavo veramente cominciando a chiedermi quanto fosse vincolante, o conveniente, un contratto simile...

Oggi, è abbastanza "normale" che un fumetto ti colpisca dall'interno. Che risuoni con le tue esperienze, con le cose che hai vissuto. O che cerchi di comunicarti quello che hanno vissuto altri, con una comunicazione più profonda della mera cronaca documentaristica. Oggi che posso andare in libreria e comprarmi "Blankets","I Never Liked You", "Maus", "V for Vendetta", e potrei andare avanti un bel po' a citare titoli riusciti o meno riusciti, nati come Libri sulle orme de "Il Contratto con Dio" o raccolti in questa forma in seguito, dopo che era nato un mercato. Un mercato allora inimmaginabile.

Sarebbe bello poter dire che la rivoluzione travolse tutti gli ostacoli cambiando il mondo in una notte. Ma non succede mai così. "Un contratto con Dio" non entrò nelle classifiche dei best seller. In Italia, fu pubblicato da una rivista di secondo piano e poi ignorata. Ma non dimenticata da chi l'aveva letta.

Una rivoluzione lenta, lettore dopo lettore, autore dopo autore. E per anni, ancora, a percorrere quella strada fu un libro ogni tanto, isolato, realizzato da Will Eisner e pubblicato da Denis Kitchen. (che pubblico nel frattempo anche l'edizione definitiva delle storie di Spirit del dopoguerra, con ogni singola storia commentata e rimembrata da Will Eisner: Altro che gli "Archives"!). Dopo il "Contratto con Dio" fu "Signal from Space", per tanti versi un passo indietro (ma erano i primi passi, la direzione era incerta) che fu serializzato prima su rivista, poi in volume nel 1983. Poi l'autobiografica "The Dreamer". nel 1986. Poi "New York, the Big City" sempre nel 1986. E poi "The building", "A life force", "City People Notebook", "To the Heart of the Storm", "Invisible People", e poi tante altre storie, sempre più veloci, come se invece di invecchiare il grande Will avesse trovato una seconda (o terza, o quarta nel suo caso) giovinezza.

In Italia, di tutto questo si vide ben poco (di Tatsumi per anni, a parte una raccolta di storie pubblicata negli USA che recuperai più di dieci anni dopo, non trovai più niente. Di Eisner sì. Ogni tanto qualcosa usciva anche in Italia, ma con il contagocce. Il mercato italiano era troppo arretrato, ancora, per opere come quelle). Ma ormai, dopo la chiusura della Corno, i fumetti già me li compravo direttamente dagli USA. All'inizio, per poter continuare a seguire le avventure di Devil e degli X-Men. Ma poi nei cataloghi vedevo le nuove uscite di Eisner, e ricordando il Contratto con Dio ne prendevo una, e ricordando i due volumi precedenti ne compravo un terzo, e poi un quarto... e alla fine me li sono comprati tutti, attendendo l'arrivo del successivo!

I vecchi volumi Kitchen Sink avevano un fascino particolare. Persino nell'odore, intenso, della colla li faceva sentire diversi dagli altri. E senza internet, senza recensioni on line, senza sapere nulla della storia se non che "e' di Will Eisner", ogni volta che arrivava un pacco, era una sensazione strana: aprivi uno di quei libri, e sembrava di ritrovarsi nello stesso punto in cui era finito il precedente: Dropsie Avenue, di solito. Un ambiente familiare ormai. Ma ogni volta vista da un altro angolo, da un altro punto di vista.

Adesso, quegli stessi volumi sono ristampati e pubblicizzati in nuove edizioni, dalla DC Comics. (Ma non hanno lo stesso odore). I tempi sono cambiati. Persino in Italia, dopo anni di colpevole ritardo, si sono visti (grazie alla Punto Zero) pubblicate molte sue opere. Come dicevo, è un mondo diverso. In cui quei libri non sono più strani, non sono più soli: c'è un mercato. Un mercato di dimensioni sufficienti a interessare anche la DC.

Un po' mi dispiaceva. Ero contento di vedere finalmente queste opere raggiungere una buona diffusione, arrivare se non al grosso pubblico, almeno ad una fetta maggiore del pubblico più consapevole. Ma è innegabile anche un certo senso di una perdita di un rapporto esclusivo. Leggi le recensioni entusiaste di chi lo ha scoperto da poco, e ti viene da pensare "dov'eri tu quando Spirit: the Origin Years, la ristampa delle storie di Spirit dell'anteguerra della Kitchen Sink si concludeva con il n.10 per scarse vendite (meno di 6000 copie vendute)? A sperperare i tuoi soldi in fumetti di Liefeld e simili insieme a tutti gli altri?".
Poi mi ricordo che Eisner ha fatto fumetti per quasi 50 anni prima che sapessi io il suo nome, mentre io leggevo Akim, e mi passa...

Ho avuto persino occasione di vederlo e di sentirlo parlare, in diverse occasioni. A Lucca, per esempio. Ma soprattutto, mi ricordo un incontro più tranquillo e estemporaneo, lontani dalla calca della "kermesse lucchese". Ero a Bologna, all'università, e scopro che Will Eisner avrebbe tenuto una conferenza e un incontro con gli studenti all'accademia di Belle Arti, lo stesso giorno (ero già fuori corso, e a Bologna ci andavo saltuariamente). Ci vado di corsa, ma sono senza nessuno dei suoi libri da fargli autografare (li ho già quasi tutti in edizione numerata e firmata, ma una dedica sarebbe stata più personale), non ho carta per schizzi, nulla. "Ma tanto", mi dico, "ci saranno centinaia di studenti, parlerà due minuti, e non farà certo disegnini all'università..."

Saremo stati in venti. Non di più. Tutti suoi fans. è rimasto a parlare con noi, a discorrere, a raccontare, a rispondere alle domande (e a disegnare: avrà disegnato su ogni singolo pezzo di carta presente, con calma e discorrendo tranquillamente, con pazienza, fino a fare diversi disegni ad ognuno, e io non avevo assolutamente niente con me di usabile...) per più di due ore. Raccontando battute, in un inglese comprensibilissimo, interessandosi anche ai nostri commenti, Con una disponibilità e una simpatia che non ho più visto eguagliare in un incontro con un autore di fumetti. Un pomeriggio indimenticabile

Molti accomuneranno questa morte a quella di tanti altri grandi del fumetto che ci hanno lasciato negli ultimi anni. Grandissimi come Barks, o in precedenza Kirby, Ma non è la stessa cosa. Quello era un dispiacere a livello umano. Era la morte di una persona che aveva fatto cose meravigliose.

No, questa è più la rabbia della morte di un Andrea Pazienza. Perché arriva inaspettata, ad un autore che era in stato di grazia e STAVA FACENDO cose bellissime, e porco giuda, pensi soprattutto a tutte le cose che avrebbe fatto nei prossimi anni e che non potrai mai leggere.

Era un po' una battuta, ormai ripetuta all'eccesso e abusata, ma ciò non la rende meno vera: oggi, a 87 anni, ci ha lasciato uno degli autori di fumetti più energici e promettenti del mondo.

Il bestemmione che ho lanciato quando ho saputo la notizia, ve lo risparmio. Ma non avrei dovuto sorprendermi: me lo aveva già detto Will, venticinque anni fa, che su di "Lui" è meglio non fare affidamento: non rispetta i contratti...

 

(questo articolo e' basato su un post apparso nel newsgroup it.arti.fumetti poche ore dopo la notizia della morte del Maestro)

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