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DISTOPIE SUL RING Nell'angolo blu: V for Vendetta! Nell'angolo rosso: 1984!
di
Il Pellegrino
Spesso, sentendo parlare di V for Vendetta, mi capita di imbattermi in frasi come "omaggio a 1984", o, del tutto, "ispirato a 1984", per non dire (dai più cattivi) "debitore a 1984".
"È normale", mi dico, "alla fin fine il romanzo di Orwell è la distopia più famosa, benché non sia la prima, e chi non ha letto entrambe le opere, ma ha una vaga idea di cosa parlino, ci mette poco a fare l'accostamento. Certo, a questo punto si potrebbe dire che 1984 deve molto a My di Zamjatin, o alle più antiche utopie (non credo di esser il solo a pensare che le utopie appaiano, a una seconda occhiata, estremamente distopiche)."
Mi potrei fermare qui, ma come non approfittare dello spunto per un lungo e noioso articolo?
Cominciamo dal più ampio livello di astrazione: cos'è 1984? È la storia della lotta di un uomo contro un regime distopico. Cos'è V for Vendetta? È la storia della lotta di un uomo contro un regime distopico.
La differenza più appariscente (e forse la più grande) è che in 1984 Winston Smith perde, mentre V nell'opera di Moore vince.
"Wow", diranno i miei cinque lettori, "tremendo, una differenza davvero essenziale".
Beh, piantatela col sarcasmo e continuate a leggere. Continuando a caratterizzare il concetto (cioè scendendo nei particolari) scopriremo che l'essenza della differenza non è l'avverarsi di fatti diversi, quanto il come e il perché tali fatti si concretizzano.
Winston perde e V vince, allora. La domanda è: perché?
Azzardiamo una risposta: perché Orwell voleva che Winston perdesse, mentre Moore voleva che V vincesse. Perché l'avverarsi di queste due diverse situazioni è essenziale agli scopi che si prefiggono le due opere. E quindi al senso stesso delle due opere, che iniziano a presentare allarmanti simmetrie.
Winston perde e la dittatura resta. A ben vedere, 1984 potrebbe esser visto per almeno due terzi come la storia di una trappola. Il terzo restante è la storia delle conseguenze di quella trappola.
Winston è in trappola fin dall'inizio. Fin da quando ha comprato quel bel quaderno dalla carta morbida e robusta, come non se ne fanno più, in un flashback. In un punto temporale, cioè, precedente a quello dell'azione.
Il quaderno viene acquistato nel negozio del signor Charrington, che altri non è che un uomo della psicopolizia (un corpo creato appositamente per il controllo della libertà di pensiero). Charrington tornerà come tentatore più e più volte, semplicemente per spingere la sua vittima sempre più nella gabbia.
Winston è in trappola da quando O'Brien gli ha lanciato quello sguardo tanto pieno di significato.
E la trappola scatta inesorabile. Una tagliola che trancia un'anima.
E dopo? Dopo la tagliola si riapre, le esche vengono piazzate di nuovo, il signor Charrington metterà un altro quaderno e un altro soprammobile di cristallo in vetrina, O'Brien farà l'occhiolino alla prossima vittima.
E le cose ricominceranno in un ciclo infinito, la trappola scatterà di nuovo, con minime variazioni e nulla più.
1984, sotto questo punto di vita, narra un semplice, quotidiano episodio in cui alcune vite verranno spezzate, sì, ma la situazione del mondo resterà uguale. Sotto queste premesse, è statico.
V vince e la dittatura muore. A differenza di Winston, ha un piano. Ha lavorato per anni al suo progetto, ed è lui a tendere trappole.
V for Vendetta non è la storia di un momento qualsiasi, è la storia del momento cruciale, pur sembrando il racconto, per certi aspetti, ciclico.
Infatti, come all'inizio V trova un erede, ecco che nel finale Evey, novello V, raccoglie in strada la persona che forse erediterà il suo ruolo.
Ma se ciclo è, è un ciclo molto ampio, e le differenze fra i due V sono molto pronunciate, cosicché il primo ha gli attributi dello Shiva che pone fine al Kali Yuga, e la seconda del Vishnu che reinstaura il Satya Yuga, cioè la prima fase di un nuovo ciclo che avrà, nel lontano futuro, il suo Kali Yuga.
Il ciclo è così ampio, quindi, da confondere un piccolo frammento di lieve curva con una linea diritta: così, nel breve periodo, il mondo cambia, e alla fine della storia niente è come all'inizio.
Sotto queste premesse, V for Vendetta è dinamico.
Possiamo addirittura ipotizzare che in 1984 il tempo sia fermo (cosa che rientra, tra l'altro, nei propositi degli uomini del Partito), mentre in V for Vendetta scorre.
Uno perde e l'altro vince, quindi, e abbiamo visto in parte come ciò succede. Resta da vedere il perché.
Abbiamo detto: perché Orwell e Moore vogliono così. Ma cosa ce lo fa capire?
Un sacco di cose, in realtà. Intanto, dal punto di vista dello scenario, abbiamo due dittature molto diverse, benché superficialmente somiglianti.
1984 si svolge in un periodo a cavallo fra due generazioni. La generazione di quelli che ricordano, anche se vagamente, il mondo prima della dittatura e la generazione dei nati sotto la dittatura. Julia è prodotto di quest'ultima generazione, ed è profondamente diversa dalla Evey Hammond che compare in V for Vendetta.
Julia è, in teoria, una ribelle. Prova una forte antipatia verso gli uomini del Partito, finge ortodossia, per poi sfruttare ogni punto cieco nella sicurezza per fare i propri comodi.
In realtà, Julia è un ribelle all'acqua di rose, un prodotto della sua società tanto quanto i bambini-spia, che denunciano i propri genitori. Sfrutta le teoriche debolezze nella disciplina del Partito perchè vi è cresciuta al di dentro, ma in verità crede, come tutti gli altri, che il partito è eterno, che niente potrebbe rovesciarlo. Julia si addormenta mentre Winston legge il libro di Goldstein. Non ha interesse a scoprire fatti o concetti che possano minare il regime in cui vive. È, in ultima analisi, un'opportunista. Tanto che la sua punizione, in quest'ottica, sembrerebbe fin troppo crudele, se non potesse esser vista come parte del processo di demolizione di Winston.
Orwell sembra, quindi, scegliere per lo svolgersi dell'azione un periodo vantaggioso per il regime.
Assieme alla pratica del bipensiero e all'appendice sulla neolingua, la scelta del periodo forma tutta una serie di vantaggi nei riguardi della dittatura. Non sono gli unici: parleremo di un altro di essi, con un po' di particolari in più, nel seguito. Addirittura la figura mitica è dalla parte del regime. La Maschera, il Mito, è il Grande Fratello, icona opprimente eppure affascinante.
V for Vendetta si svolge in una dittatura ancora giovane, poco meno che decennale. Non esiste dottrina del bipensiero (che consiste in un esercizio mentale molto faticoso, una continua reimmaginazione della realtà secondo la dottrina del Partito), non esiste una neolingua che cerca di distruggere i concetti assieme alle parole. Questi metodi sembrano esser sostituiti da una più blanda propaganda. La Maschera, il Mito e tutta la forza che il suo fascino si porta dietro, è V.
L'opera di Moore, in effetti, sembra dare per assunto l'esistenza di una dittatura, senza soffermarsi troppo sulla sua descrizione. Torneremo più avanti anche su questo punto.
Parliamo, adesso, di Evey, che a differenza di Julia non è uno strumento ma un personaggio. Evey ricorda un mondo in cui il regime non esisteva, e inizialmente è vittima. È, come Julia, recalcitrante a imparare. A differenza di Julia, però, non è inerte. In effetti le peripezie di Evey sembrano accostarla più a Winston che a Julia, pur avendo esse esito completamente opposto. A somigliare a Julia è Helen Meyer, l'opportunista di questo racconto. Incidentalmente, ne è anche la figura più statica, la meno capace di evoluzione. Tutti gli altri personaggi hanno una sia pur minima evoluzione, cambiano modo di pensare, e alla fine dell'opera sono capaci di atti che all'inizio non avrebbero immaginato di compiere.
Questo palesa un'altra differenza fra le due opere, direttamente collegata (ancora una volta), al discorso riguardante la staticità contro la dinamicità.
1984 racconta un episodio, una "normale notte di regime", lo scatto finale di una trappola, e la pressione di una società intera su di un solo uomo. E Winston è sempre, costantemente al centro degli eventi. Le altre figure appaiono e compiono atti in funzione di Winston, arrivando a essere poco più che sagome, automi. È un altro indizio a favore dell'ipotesi di staticità, essenziale a uno degli scopi del romanzo, cioè la descrizione della realtà da incubo del regime. Per questo motivo 1984 può dirsi una vera e propria distopia, mentre V for Vendetta somiglia più a una storia ambientata in un mondo distopico.
A partecipare alla dinamicità di V è la sua coralità. Visto che il fumetto vuole raccontare un punto di passaggio cruciale in una società, occorre narrare diversi punti di passaggio dei suoi componenti. Così esistono più personaggi che hanno un ruolo più o meno defilato nello svolgersi dell'azione, ma che arrivano a esser protagonisti di almeno una scena importante della storia. V for Vendetta è quindi la storia di V, ma anche di Evey, di Rose, di Finch, e così via. Le loro piccole evoluzioni sono tasselli dell'evoluzione dell'intera società, nonché un ottimo escamotage per far vedere che il piano sta andando avanti (è affascinante vedere come i due autori scelgano differenti soluzioni per ottenere i propri scopi, soprattutto perché grazie allo studio delle soluzioni possiamo arrivare a ricostruire con un certo margine di certezza gli scopi).
Abbiamo raggiunto un altro traguardo: Winston perde e V vince perché 1984 ha bisogno di essere statico mentre V for Vendetta deve essere dinamico. Andiamo avanti: perché queste esigenze così diverse?
Dicevamo in precedenza che nell'opera di Moore l'importante sembra essere l'esistenza di una dittatura, più che la sua descrizione. Questo è un buon indizio per la comprensione dei motivi che stanno dietro alla dinamicità di V for Vendetta contro la staticità di 1984. Nel libro la caratterizzazione dei modi del regime è minuziosa e abbondante, perchè uno degli scopi di Orwell è proprio la descrizione di un regime. E per una descrizione del genere non serve che le cose cambino. Lo scopo di 1984, sembra, dunque, il monito. Precisazione importante, in quanto collegata a un aspetto ancora più profondo, che sembra permeare tutta l'opera e a cui partecipano tutte le considerazioni fatte finora. Lo scopo di V for Vendetta sembra essere invece lo sprone. Se un'opera dice di stare attenti, perché si rischia una dittatura tremenda delle persone e delle idee, l'altra afferma che c'è comunque un modo di battere la dittatura, di oltrepassarla.
Ecco allora che le ribellioni nei due romanzi assumono forme diverse. In Moore la descrizione della forma di pensiero alternativa a quella di regime, l'Anarchia, é ampia e minuziosa. Occorre una base forte per una ribellione che riesca. Questo perché la ribellione é il centro dell'opera, nata in uno dei periodi politici più sottilmente oppressivi della storia del Regno Unito, ed é espressione dell'esigenza di un'alternativa. Si respira rabbia in V for Vendetta.
La ribellione é seguita passo passo, è un piano solido e ben congegnato, che disinnesca gradualmente il meccanismo che più dell'ignoranza e della propaganda rendeva forte il regime: la paura. Pensiamoci: V elimina uno a uno tutti gli strumenti di controllo delle masse, i quali sono basati sull'incutere soggezione o sul dare un senso di falsa sicurezza, meccanismi che giocano in modi differenti sulla paura. E la folla che infine travolge la dittatura è una folla priva di ogni timore, in ebbrezza.
In 1984 non esiste un'alternativa al Grande Fratello. Viene ripetuto più e più volte che i tre grandi governi mondiali sono variazioni su un unico tema. Il libro guida dei "ribelli" è un falso, sottilmente elogiativo nei confronti del regime, e comunque banale e poco profondo, andando a studiare i meccanismi della dittatura ma non le sue cause. Benché non venga detto esplicitamente, si nota lungo tutto il romanzo un gran desiderio di fuggire, tanto da rendere la ribellione di Winston più che altro una serie di abortiti tentativi di fuga (basta pensare al lancinante desiderio di un posto solitario e tranquillo). Orwell gioca sulla paura in maniera alle volte sopraffina, come quando inventa un sistema in cui non esistono leggi, ma continuano a esistere reati, così che chiunque vive nel terrore di essere arrestato e torturato per colpe di cui non è a conoscenza. Orwell vuole terrorizzare.
E così la rabbia serve allo sprone come la paura al monito.
Abbiamo ora una serie di tasselli con i quali possiamo ricostruire gli scopi delle due opere in una serie di perché concentrici.
Winston perde perché 1984 é statico perché è incentrato sulla descrizione di un regime oppressivo perché deve essere un monito.
V vince perché V for Vendetta é dinamico perché è incentrato sulla descrizione di un'alternativa perché deve essere uno sprone.
Manca l'anello più ampio, quello direttamente connesso alla natura dell'essere umano, e la più stridente differenza fra le due opere.
Essa è contenuta nei seguenti due passi.
"Noi, Winston, controlliamo la vita a tutti i suoi livelli. Tu immagini che esista qualcosa come 'la natura umana' che si sentirebbe oltraggiata da quello che noi facciamo e che si ribellerà contro di noi. Ma siamo noi a crearla, questa natura umana. Gli uomini possono essere manipolati in tutti i modi."
"Morirò qui. Morirà ogni centimetro di me... Tranne uno. Uno. È piccolo ed è fragile ed è l'unica cosa al mondo che valga la pena avere. Non dobbiamo perderlo, o venderlo, o darlo via. non dobbiamo mai permettere che ce lo tolgano."
Ecco il perché più grosso. Orwell non può permettere che Winston vinca (e, si badi, c'erano diversi modi di vincere in episodi sparsi per tutto il libro, o per lo meno di ottenere una vittoria poetica. Per esempio Winston avrebbe potuto decidere di morire, piuttosto che venire catturato. Orwell non gli lo permette, non facendogli superare il condizionamento nei confronti del teleschermo impostogli da una vita) perché la sua concezione dell'essere umano non presume l'esistenza di un minimo comune denominatore etichettabile come "integrità". Una visione estremamente relativistica, e anche tremendamente pessimistica.
La terza parte di 1984 può esser vista come una storia sulla decostruzione di un uomo, strato per strato, per trovare alla fine... niente.
Non esiste un unicum, un principio che renda un essere umano qualcosa di diverso da una macchina. E infatti Winston, quando viene sconfitto, quando gli viene tolta quest'ultima illusione, perde completamente. Perde un'anima che scopre di non aver mai avuto e cede di schianto e completamente al Grande Fratello (benché per un errore di stampa alcuni critici avessero ravvisato almeno un'ultima resistenza in spiritu, cosa che sarebbe stata di per sè una vittoria), tanto da arrivare ad amarlo nelle ultime parole del libro.
Sotto questo punto di vista la determinazione degli esponenti del partito interno a ottenere il potere per il potere non può esser trattata come una banalità. È diretta conseguenza di questa concezione cinica dell'essere umano.
La concezione di Moore prevede invece una scintilla d'assoluto, un ultimo centimetro facente parte dell'essenza stessa dell'umanità, e che guida all'autodeterminazione.
Si potrebbe obiettare che i due discorsi citati fanno parte di due simmetriche "rieducazioni", quelle di Winston e di Evey, che vanno entrambe a buon fine (per gli scopi prefissi). E che V non si comporta, alla fin fine, diversamente dal Grande Fratello.
Ci sono, però, alcune differenze: intanto V, alla fine del "processo di rieducazione" di Evey, le concede una scelta, di fronte a un cespuglio di rose. Scelta che non è concessa a Winston. Qualcuno potrebbe pensare che anche quella scelta è fasulla, telefonata, ma a questo punto viene in aiuto di Moore il discorso sull'Anarchia.
Esso non può prescindere da una basilare fiducia nell'essere umano, in quanto anarchia prevede la possibilità che un'enorme massa di persone riesca a mettersi d'accordo sulla determinazione della propria via, la qual cosa non può prescindere dall'autodeterminazione del singolo, che a sua volta dipende dall'integrità.
Questa è la vera grande differenza fra le due opere, l'ottimismo di una contro il pessimismo dell'altra.
Si potrebbe concludere che, se ispirazione c'è stata, essa si è palesata per negazione, più che per emulazione.
Una cosa facile da enunciare, ma difficile da comprendere appieno.
E che, alla fine, merita un lungo e noioso sproloquio...

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