DYLAN, IL NUMERO 200
Giudizi e sentenze su un episodio e una testata storici

di I ProGlobers 


Gli anniversari sono importanti. Sono occasioni per fare festa, per ritrovarsi, incontrare vecchi amici, e magari vecchi amori.
Parlare un pò del passato, abbandonarsi alla malinconia e farsi due ciniche risate alle spalle del malcapitato di turno.
Per ricordare e fare bilanci, ma anche per parlare del futuro.
E' così che noi ProGlobers abbiamo deciso di radunarci e parlare di Dylan, e come sempre accade quando si tirano fuori i ricordi, e si è irrimediabilmente snobbini come noi, si finisce a parlare di sè stessi. Dylan Dog è il fumetto che ha segnato la nostra generazione, ridestando, o facendo nascere, in noi quella passione per il Fumetto che ancora oggi ci rende "diversi". Piccoli mostri dylaniati, se volete. Ma, allora, dieci, quindici anni fa, non eravamo pecore nere: TUTTI leggevano Dylan.
Tanti lettori si sono persi per strada, tante persone hanno cambiato letture, altri semplicemente hanno smesso del tutto passando dal rosso sangue alla Rosea.
Forse non eravamo mostri allora, quando gli ormoni ce lo facevano credere, ma lo siamo diventati oggi. Un bell'incubo, vero?
Era, dunque, per noi doveroso parlare di questo fumetto-evento, o fumetto-anniversario perchè Dylan Dog è il simbolo di quella rinascita fumettistica di cui noi siamo bene o male i frutti.
E, anche se non sembrerebbe, gli vogliamo bene.


mauZ:

Ho abbandonato Dylan Dog relativamente presto (intorno all’80esimo numero), infastidito dalla scarsa attrattiva di una serie ormai mollemente afflosciata sui clichè delle prime annate, dall’allontanarsi della delirante poetica sclaviana e ancor di più dal fatto che questo eroe bonelliano presentatoci come molto umano, quasi uno sfigato, trombasse come neanche il riccio del (per me tutt’ora inesplicabile) detto.
Era comunque cosa buona e giusta comprare (più che altro, nessuno ha voluto regalarmelo) e leggere il duecentesimo numero di una serie che è il simbolo di quella rinascita fumettistica di cui noi siamo bene o male i frutti (giuro che non sono parole mie).
Ecco, a questo punto vorrei riprendere uno dei punti toccati due paragrafi fa: Dylan Dog continua a sembrarmi mollemente afflosciato sui clichè delle prime annate.
Non vorrei essere frainteso, la storia c’è e funziona. Viene fatta una di quelle rivelazioni “sconvolgenti” che ti fanno chiedere perchè in duecento numeri nessuno abbia mai fatto un vago accenno a certe faccende, gli amanti della serie avranno piacere di riconoscere molti piacevoli (per loro, dico) camei, citazioni da episodi passati e funambolici incastri di continuity.
Brindisi è in forma smagliante, anche se –paradossalmente- la sua linea chiara mi piace di più in bianco e nero, e le sue caratteristiche tavole a mezza tinta perdono parte dell’efficacia una volta colorate.
Ciononostante ho davanti a me quest’albo, e mi pare floscio e molle, quasi spanciato, a chiedersi se davvero questa rivelazione meritasse di essere svelata, gli incastri avessero davvero questa necessita’ di incastrarsi ed i camei di fare qualsiasi cosa facciano i camei.
Tutto sommato, forse, Dylan Dog è davvero molto umano (e un po’ sfigato): da potenziale simbolo della rinascita fumettistica (di cui pare che anche io sia bene o male un frutto), nella sua pigra strada verso il pensionamento può vantare solamente un pugno (ma anche due) di storie scritte meravigliosamente bene, ed una folta schiera di emuli, nati già morti.
Un po' mi spiace Dylan, ma è la legge del contrappasso.
Trombi troppo.


Raffaele:

La prima cosa che ti viene in mente è che a colori no, va bene che bisogna pur festeggiare, ma a colori no. Insomma, fatti bene sono fatti bene, ma ci si sente un po' traditi, come se ciò bastasse a catapultarci in un altro universo - così pulito e luminoso - che poco a che vedere con quel bianco e nero, magari espressionista (ma senza esagerare), che fa tanto atmosfera. A riprova, ancora una volta, che i fattori formali non sono neutri. Alfredo Castelli era riuscito a sfruttare narrativamente il colore in un paio di speciali di Martin Mystere, eroe che però avrebbe comunque subito la colorizzazione senza troppi traumi. Certamente qualcosa di buono col colore si poteva fare anche qui: magari delle tinte scure, infernali, alla Jeronimus Bosch, o allora livide e malate alla Egon Schiele, che piace tanto a Stano - ma forse per Bonelli era troppo. E allora ci si accontenta della colorazione elettronica, che fa albo speciale e infatti io non per dire, ma alla fine ci casco sempre.
Però c'è una cosa, una sola, per la quale vale la pena di vedere Dylan Dog a colori - un Dylan Dog decontestualizzato dal suo universo che è difficile immaginare altrimenti che in bianco e nero - ed è quel suo stupendo modo di vestire (sempre inverosimilmente uguale, come si addice ad un eroe dei fumetti) che quando ci provo io se ne accorgono subito. Dylan con la camicia rossa, la giacca nera e i jeans blu - una scala cromatica così essenziale nella definizione del personaggio che viene inevitabilmente persa - ed è un peccato, no?
Un bel dilemma.
Comunque alla fine della lettura di questo numero duecento due cose le ho capite: la prima è che avevano ragione a dire che Dylan Dog è un cattivo esempio per i giovani; la seconda è che i poliziotti sparano e uccidono uomini disarmati, senza alcuna ragione apparente. Ci sarà un messaggio politico latente? O forse è solo un goffo storytelling a darci quest' impressione?


Il Pellegrino:

Quando mi sono aggregato allo staff di questa rivista mi sono ripromesso di seguire la regola del critico: non farsi influenzare dalle aspettative, scrivere di una storia per quello che è e non per quello che dovrebbe essere.
E' un po' difficile seguire questa regola per un episodio di una serie, visto che, tenendo conto della storia passata, le aspettative tendono a far capolino molto spesso, e ci si ritrova a dire che quel racconto avrebbe dovuto esser diverso.
E' pur vero che, in casi del genere, la storia passata fa parte dei parametri di giudizio, e occorre giudicare un episodio come storia in sè, ma anche come parte della serie.
Come storia in sè, Dylan Dog 200 funziona. E' scritta con buon mestiere, i tempi sono calcolati bene, le citazioni non appesantiscono la narrazione e non appaiono fastidiose, non essendo mai superflue.
Il periodo preso in questione è cruciale per la vita di Dylan Dog, e anche se trova casa, macchina, lavoro e assistente in 96 pagine, un po' di sospensione dell'incredulità sistema tutto.
Come parte di una serie, il discorso si fa più complicato. Consideratelo un tormentone, ma sono uno di quelli che ha abbandonato Dylan Dog poco oltre il centesimo numero, e ha cercato di riaffezionarcisi comprandolo, da allora, sporadicamente. Il motivo della disaffezione è stato lo scemare di certe caratteristiche che, secondo me, avevano fatto la fortuna della serie e che, appunto, erano state gradualmente abbandonate nel tempo. Una di queste era il forte legame del personaggio a un autore, quel Tiziano Sclavi che nell'introduzione all'albo afferma "vogliamo solo divertirvi", affermazione a cui non crederò mai.
Sclavi aveva portato a questa serie la non linearità. Dylan Dog 200 è una buona storia, ma è una storia che va da A a B a C, laddove i migliori episodi della serie svoltavano verso la Q e si prendevano qualche minuto di soggiorno in singolari lettere di esotici alfabeti. Si prendevano strade inaspettate, divagazioni che, pur non avendo nessuna utilità ai fini dell'intreccio, contribuivano alla formazione di una certa atmosfera, oltre a comunicare una certa visione del mondo.
Dylan Dog 200 è anche una storia che fa rivelazioni sul passato del protagonista, laddove quelle rivelazioni non servivano. Altro punto di forza della serie era stao, infatti, ribaltare una delle debolezze della struttura a episodi autoconclusivi, in una specie di mossa di judo narrativo: in Dylan Dog poteva succedere di tutto, tanto nell'episodio seguente sarebbe ricominciato tutto daccapo. Abbiamo assistito ad almeno due finali della saga (il numero 100 e "L'ultimo uomo sulla Terra") sicuri che il mese prossimo avremmo trovato un nuovo numero della serie ad aspettarci. C'era una libertà di fare tutto ciò che si voleva a cui gradualmente sono stati posti dei paletti.
Dylan Dog 200 aggiunge altri paletti.
Per il resto non ho molto da dire: Brindisi si conferma gran disegnatore, e Paola Barbato è l'ennesima conferma (assieme a Bartoli, Recchioni, Cajelli e altri) della buona qualità media degli scrittori di nuova generazione. Ma, a questo punto, preferirei vederla alle prese con un personaggio suo, piuttosto che con un Dylan Dog che, pare, non esiste più.


Francesca:

Era troppo tempo che non leggevo Dylan Dog e me ne sono reso conto con questo numero tondo tondo.
Mi aspettavo di leggere una storia che non avrei capito per i numerosi riferimenti ad albi usciti quando già avevo abbandonata la testata e invece... invece non ho capito niente comunque ma per riferimenti ad avventure che ho del tutto dimenticate.
Poco male, Dylan Dog è cambiato dagli inizi, ma pochi si possono permettere di leggere un numero 200 come se fosse il primo. Bontà della storia che narra le origini del personaggio, bontà delle cure di fosforo evitate, personalmente posso annoverarmi tra questi pochi.
Ho in mano questa nuova testata Bonelli quindi: un evento di per sé, arricchito dal tuttocolore e dalla numerazione che comincia dalle doppie centinaia (per andare a scendere, immagino ammiccando a "Donjon: Potron-minet").
Cosa aspettarsi dal nuovo nato in via Buonarroti?
Da quanto letto in questo inizio credo una sorta di post-moderno divertissement borgesiano, in cui narrare e rinarrare continue origini del personaggio, palingenesi arricchite da incursioni di altre storie e di altri personaggi (Zanardi figlio dell'ispettore Bloch, a ricordarsi chi sia il secondo sarebbe una rivelazione!).
A ben pensarci anche iniziare dal numero 200 deve nascondere qualcosa di più che un semplice conto alla rovescia: spero ogni albo con un numero diverso, discontinuo, ad aumentare il gioco di specchi: così il prossimo potrebbe essere il 313 con Paperino a vendere l'auto al nostro (e niente maggiolino). E poi il 33 in cui è la tosse a piagare le vite dei personaggi ('Dal Vics alla morfina il passo fu breve'). E ancora l'89 ambientato a Berlino e il 63 a Dallas in cui Jacqueline si consolerà con Dog prima di risposarsi con Onassis. O l'impensabile numero doppio zero (00) riecheggiante Grano rosso sangue.
E gli speciali! Rigorosamente in bianco e nero, secondo voci di corridoio il primo sarà il numero RGB: virtuosismo pittorico e narrativo che abbraccerà le rivelazioni sull'antico vizio del daltonismo di Dylan alle tesi di Goethe e Schopenhauer sulla visione cromatica. Seguito dal numero "Pi greco/mezzi": sordida variazione trigonometrico-sodomita della collaborazione tra Groucho e l'indagatore dell'incubo.
Insomma, le premesse per un lustro buono di storie ci sono tutte, poi inevitabilmente il declino, ma io sarò lì a riassumerne il corso come ora.
Un unico appunto: Sclavi è sprecato alla rubrica della posta.
Se non si teme che snaturi il personaggio gli si faccia scrivere almeno qualche storia di questo Dylan Dog.


Sheovan:

Parliamo di donne. Parliamo di Hillary Duff, la nuova teen star dal cognome simpsoniano. Nell'ultima settimana di aprile, mentre in Italia arrivava in edicola Dylan Dog 200, negli States usciva The Lizzy McGuire Movie, il film tratto dalla sitcom adolescenziale della quale Hillary è protagonista (è lei Lizzy McGuire). Hillary Duff è una sexy star concupita dai teenager e da non pochi ex teen. Hillary Duff ha 15 anni, è nata nel settembre 1987, esattamente un anno dopo l'uscita del primo numero di Dylan Dog.
"Più invecchi e più le tue ragazze diventano giovani: tra poco uscirai con uno spermatozoo". Impossibile non pensare a questa battuta di Billy Crystal (dal film Scappo dalla città) osservando Dylan Dog raggiungere il numero 200: gli anni passano anche per chi, come lui, vive in un presente eterno. E per chi, è, bene o male, "uno dei frutti della rinascita fumettistica di cui Dylan Dog è il simbolo".
Come noi e come Paola Barbato, che ha più del doppio degli anni di Hillary Duff, ma è pur sempre più giovane di Halle Berry, al primo posto della classifica delle donne più belle del mondo di People.
E che ha scritto questo numero 200 probabilmente con un po' d'ansia da prestazione, magari timorosa del confronto con Tiziano Sclavi, il papà dylandogghiano.
Ansia inutile: De Gregori probabilmente ha torto, un giocatore si giudica da come tira un rigore, ma uno scrittore non lo si giudica certo da come scrive un albo celebrativo di un personaggio che non ha creato.
Un albo che ci è piaciucchiato, pur non essendo tra le prove migliori della comunque talentuosetta Barbato (bello, tra l'altro, il lombardismo "mestieri" per "lavori di casa").
Solo piaciucchiato? Non siamo Meg Ryan in Harry ti presento Sally e, forse, siamo troppo vecchi per le ragazze come Paola: preferiamo le Hillary Duff.


InvernoMuto:

Parlo da grande estimatore di Dylan Dog. Forse a causa del fatto che Dylan è stato il mio primo fumetto adulto, la scintilla che mi ha portato ad appassionarmi sempre più all'arte sequenziale, sono cresciuto fumettisticamente con la ferma convinzione che il mercato italiano, sia d'importazione che di produzione, debba molto a una testata come Dylan Dog, che riscosse quel fenomenale successo.
La mia attesa e le mie aspettative riguardo il celebrativo numero 200 erano tuttavia decisamente tiepide. Da una parte, è molto tempo ormai che si è spenta in me la certezza - incrollabile quando ero adolescente - di poter leggere un piccolo gioiello ogni volta che esco dall'edicola con un albo di Dylan: la qualità media della serie è infatti ben al di sotto della sufficienza da anni, nonostante alcune piacevoli ma sporadiche sorprese. Dall'altra parte, ho imparato a diffidare dell'entusiasmo che precede l'uscita di albi speciali o celebrativi.
Nella fattispecie, l'aspetto tecnico-formale dell'albo è più che soddisfacente. Assistiamo ad una storia tutto sommato piacevole e brillante in certi frangenti, dal ritmo estremamente ben dosato. All'ottimo lavoro di Paola Barbato si aggiungono i disegni come sempre splendidi di Bruno Brindisi, e una colorazione poco invasiva e priva di inutili pirotecnie.
Tuttavia, il giudizio globale su "Il numero 200" resta negativo. In 94 tavole si è trovato il tempo di rispondere a numerose domande curiose ma in fin dei conti ininfluenti, accontentando il fan cui interessa conoscere in particolare tutti gli aspetti della vita presente e passata del proprio beniamino, ma contribuendo purtroppo a svilire ulteriormente l'identità psicologica e tematica del personaggio e dei suoi comprimari. Rispetto all'economia della serie, il risultato è gravemente insufficiente, perchè si è preteso di fornire risposte e retroscena a questioni che non ne avevano bisogno.
A chi può interessare l'origine del maggiolone o del diario di Dylan? E, cosa ancora più grave, che bisogno c'era di inventare un dramma famigliare decisamente banalotto per l'ispettore Bloch, con tanto di colpo di scena finale moscio e telefonato, con l'evidente risultato di rendere meno credibile e sentito il rapporto tra Dylan e l'ispettore - quando non c'era alcun bisogno di spiegarne l'origine, perchè aveva funzionato perfettamente per 199 episodi?
Infine, perchè pretendere di rappresentare l'alcolismo di Dylan nella sua interezza - riducendolo ad un paio di sbornie nemmeno tanto drammatiche - finendo per semplificare e banalizzare un aspetto fondamentale della psicologia del personaggio?
Questo è il madornale difetto del numero 200 di Dylan Dog: la pretesa di costruire minuziosamente una storia "ufficiale" di Dylan, che nel suo periodo migliore, al contrario, poteva permettersi di rispondere con l'emblematico "nun ce rompete" agli insistenti lettori che chiedevano spiegazioni sul suo passato, o facevano notare sottili incongruenze in un mondo narrativo fittizio che aveva nell'irrazionalità onirica il suo punto di forza, e che dimostravano così di aver capito poco o punto del tono e della filosofia della serie.
Oltretutto, questa pretesa compromette definitivamente l'identità psicologica e tematica del personaggio, che comunque si era rapidamente persa per strada già prima dell'abbandono di Sclavi.
Inspiegabilmente, questo numero 200 è stato sprecato nella presunzione di scrivere la storia, quando invece la caratteristica più convincente del fumetto che ho amato era la serenità del raccontare una storia.


Albi:

La reazione principe al Dyd, una volta chiusilo, è che...non c'è stata reazione, ahimé. Sussultino all'apparire di Zanna e compagnia (i primi dubbi nelle pagine d'apertura ("ma 'sto tomo qui non è mica uno Zanardi realisticizzato?") diventano certezze con l'apparizione scintillante del Colas ("Sei bello, bellissimo. Ma come fai...?" "Palestra") e più avanti del cazzeggiato Pietra e dello stesso Apaz.), qualche fremitino all'asta (nel senso di quella orchestrata dall'Hamlin del Safarà. Non c'è manco una pischella stavolta, o sbaglio?) e poc'altro.
Ma riesce difficile dire che la Barbatica storia non sia ben ideata, disegnata e farcita degli speziati condimenti (sorry, la nefasta influenza di Gusto del TG5 e delle molle antiaderenti di Antonellina Clerici, non poteva non palesarsi prima o dopo) citazionisti pro-continuity. Pure azzecati e probabilm. gratificanti per i lettori abituali (io facevo fatica a ricordare cosa fosse successo nel n. 121, invece). Eppure è l'ennesimo Bonellide che mi è "scivolato addosso" senza lasciare tracce di sè (escludiamo pure quelle d'inchiostro da stampa sui polpastrelli prontam. eliminate prima di immergermi in altre letture più consone. X-Force, ad es. (TikeAlicaralbi)).
Semplicem. forse, banalizzando all'estremo, ai "cinque minuti di impegno mentale" (Bacilieri docet) o al "quarto d'ora di lettura" (vedi alla voce L.Scarpa) degli albi Bonelli non è giusto chieda di più. E non ho nessuna intenzione di farlo, infatti. Anzi, la mia spesa mensile Bonellica è pure aumentata, di recente. Potenza del marketing (Il Giornale di Sergio Bonelli non è quello che sembra...) e di una mente che ama prendersi più spesso qualche ora di ferie (Contro il logorio della vita moderna...Dampyr!). Alè, è ora che vada a farmi leggere da Julia...


Moreno:

C'era una volta una collana che pubblicava storie come "Morgana" e "Storia di nessuno", senza dare facili "spiegazioni" ai lettori perplessi e spiazzati, davanti a narrazioni che violavano tutte le facili e banali regole del fumetto commerciale.
C'era una volta una collana che parlava di drogati, alcolizzati ed altri "mostri", rifuggendo dai soliti stereotipi.
C'era una volta una collana ambientata in un presente senza tempo, in cui si ripetono ogni volta gli stessi gesti, rifiutando la consequenzialità e riprendendo ogni singolo albo da zero, ignorando tutto quello che era avvenuto prima, fosse anche la morte di Dylan Dog.

Oggi c'è un nuovo fumetto in edicola. In copertina ha un numero, 200, ed un titolo, Dylan Dog.
Dentro, tutto viene spiegato. Si spiega perchè il protagonista guida quella macchina, perchè veste in quella maniera, perchè ha quel campanello, Dentro, la vicenda segue uno sviluppo lineare, seguendo tutte le regole della fiction "nazional-popolare" a cui la TV ci ha abituati, a partire dai discorsi strappalacrime fino alla classica scena madre finale.
Dentro, si parla di droga e di alcolismo, seguendo alla perfezione i soliti stereotipi (presentando l'eroinomane come un perduto senza speranza e senza futuro, e l'alcolizzato come uno che smette quando vuole).
Dentro, si cerca di incasellare tutti i 200 numeri precedenti in una ferrea continuity di quelle che piacciono tanto ai "fan dei fumetti".

Attendevo con ansia l'ultima pagina, in cui, immaginavo, Dylan si sarebbe svegliato da questo terribile incubo, in cui evidentemente l'aveva gettato il suo nemico Xarabas. Ma alla fine quella pagina non c'era.

E allora ho capito. Che Dylan da quell'incubo non si sveglierà mai più. E a gettarglielo non sono stati i suoi cari, vecchi nemici, dai nomi fantasiosi come Xarabas, o Hamlin.

A gettare Dylan in quell'incubo sono stati il merchandising, sono stati i pannelloni con il suo faccione per il primo maggio, come un "role model" qualsiasi. Sono stati i vecchi autori stanchi e i nuovi autori con il "manuale su come si fa un fumetto Bonelli" sottobraccio.

Sono stati, soprattutto, i suoi lettori. I suoi FAN. Che come tutti i fan, sono più interessati a cosa si veste, a cosa mangia, a chi si tromba, che a quello che voleva dire. Che come "fans dei fumetti", l'hanno trasformato in un "fumetto". Fatto come "deve essere fatto un fumetto". Normalizzato.
Tranquillo. Distensivo. D'intrattenimento. Inconsequenziale. E totalmente inutile e insulso.

Dylan Dog alla fine è stato sconfitto. Non uscirà più da quell'incubo. Ma io sì. Perchè la strada per uscirne sta proprio nel Dylan Dog di una volta. Quello senza tempo.

I prossimi numeri, con il Dylan Dog prigioniero e ingabbiato, rimarranno in edicola. Molti numeri degli ultimi anni saranno giudicati, e chi non passerà l'esame finirà nel mercato dell'usato. "Johnny Freak" finirà fuori dalla finestra. Rimarrà "Dopo Mezzanotte". Rimarrà "Storia di Nessuno". Rimarrà "L'ultimo Uomo sulla Terra". Rimarranno i numeri in cui Dylan Dog, in un presente senza tempo, sarà libero di spiazzarmi ancora ogni volta che aprirò la copertina.


 

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