MAZZITELLI IL CENTOMETRISTA

di Il Pellegrino 

Isaac Asimov, nella sua prefazione all'antologia "88 microstorie", afferma che, contrariamente alle apparenze, è molto difficile scrivere delle belle storie brevi, in quanto il peso dell'idea si fa in proporzione molto alto, rispetto a quello della trama, dell'intreccio e degli escamotage che di solito si usano per ottenere un buon prodotto lungo.
Eduardo Mazzitelli ha delle ottime idee. E dimostra di saper scrivere anche buone trame e buoni intrecci, quando serve.
Ma il suo forte restano comunque le storie brevi e brevissime. Ha il passo esaltante del centometrista, che riesce a esprimere in pochi secondi, e in un gesto semplice, grande spettacolo.
Per la scuola argentina è il migliore a esprimersi nello spazio di poco più di una decina di pagine, e si trova molto in alto in classifica anche sulla scena mondiale.
Navigando per la rete, mi sono accorto che non esiste una sua intervista in italiano. Occorreva rimediare, visto che la maggior parte dei suoi lettori risiede, forse, in Italia.

Il fatto che sia anche uno dei miei autori preferiti non incide per niente su questa risoluzione.
Davvero.

Prima di tutto, che ne dici di qualche nota biografica? Soprattutto, come hai mosso i tuoi primi passi nel fumetto?

Cominciai vendendo le mie prime storie all'Editorial Columba (in cui si sono formati molti degli scrittori e disegnatori argentini che conoscete) nei primi anni '80. Avevo anche altre attività, allora, e dedicavo poco tempo ai fumetti. Scrivevo principalmente racconti polizieschi di cui spero che nessuno abbia mai letto una copia. Fu nel 1988, quando iniziò la mia collaborazione con l'Eura, che la mia produzione trovò una certa continuità.
La mia prima serie per l'Italia fu "El Sector 5" (Settore 5), disegnata da Gerardo Canelo, che poi è la persona che mi ha convinto a cominciare questo mestiere. La prima serie con Alcatena, "Las Pesadillas" (Incubi), risale al 1989.
Prima e dopo di questi lavori, realizzavo delle collaborazioni con riviste argentine ed europee, ma non con la stessa continuità delle attività italiane.

Artisticamente, da che libri/film/fumetti ti senti influenzato?

Non mi è facile rintracciare le mie influenze, perché qualsiasi cosa guardi o legga mi lascia qualcosa. Di sicuro il cinema mi ha influenzato più di ogni altra cosa, e potrei elencare un gran numero di film, delle epoche e dei generi più disparati: 2001 Odissea nello Spazio, Quarto Potere, Il Terzo Uomo, Gli Uccelli, Novecento, Il Dottor Zivago, Il Laureato, Easy Rider, Alien, Rosemary's Baby, Terminator, Il Padrino, Z, Pulp Fiction, Bullit, La Cosa da un Altro Mondo, Il Pianeta Proibito, Apocalypse Now, Blade Runner, If..., Blow Up, 8 e 1/2, Matrix, I Sette Samurai, Il Sesto Senso e tanti altri...
Potrei anche menzionare alcuni racconti di Borges, Cortazar, Poe, O. Henry o Bradbury; ci sono 4 libri (ovviamente di fiction) che mi hanno preso più di molti altri che ricordo: L'Esorcista di William Peter Blatty, Il Nome della Rosa di Umberto Eco, Il Circolo Matarese di Robert Ludlum e I Principi Demoni di Jack Vance.
Do per scontato che le maggiori influenze che ho recepito dai fumetti siano dovute all'epoca d'oro di quella che chiamate "la scuola argentina", lo stesso materiale pubblicato in Italia nei primi anni di Lanciostory e Skorpio.

La maggior parte delle tue storie sono inquadrabili nel genere fantasy, ma un fantasy diverso dal solito "elfi & orchi". Ti viene naturale scriverle così o è un preciso calcolo?

Il genere "fantasy" (in generale tutto quello che si può definire come fantasia pura) mi attrae specialmente perché permette un'assoluta libertà di creazione. Non rifiuto tematiche più realiste o che esigano maggior documentazione, anche perché quando scrivo la cosa che mi piace di più è variare di genere (dall'azione al mistero. Dall'houmour sarcastico, o ingenuo, alla tragedia), ma ammetto che probabilmente mi sento più a mio agio col fantastico. Una delle serie che mi divertii di più a scrivere fu "Acero Liquido" (Acciaio Liquido), coi disegni di Alcatena e parzialmente pubblicata dall'Eura, perché mi permise d'inventare un mondo totalmente personale; che in più faceva satira sugli stessi codici della "fantasy eroica".

Questa via particolare al fantasy ti ha portato a lavorare molto spesso con due grandi disegnatori: Quique Alcatena ed Enrique Breccia. Il lungo sodalizio professionale con entrambi è diventato anche un sodalizio umano?

Sono amico di Quique praticamente da quando abbiamo cominciato a lavorare assieme. La mia relazione con Enrique è meno stretta, perché viviamo molto lontani l'uno dall'altro, e abbiamo poche occasioni d'incontrarci. Quindi per me è una gran soddisfazione poter lavorare con entrambi.

Scrivi in modo diverso per l'uno e per l'altro?

Sì. Scrivo in modo diverso per ogni disegnatore con cui lavoro. Forse sarebbe opportuno chiarire che non sempre, in Argentina, uno scrittore sa chi disegnerà la sua sceneggiatura. Da qualche anno non è più così, ma ai miei inizi non sapevo chi aveva disegnato le mie storie finchè non le avevo viste pubblicate. Per definizione il miglior modo di lavorare nel fumetto è sapere a chi verrà destinato il lavoro, perché non si scrive allo stesso modo per tutti. Mentre scrivo cerco d'immaginare la pagina disegnata e questa varia sostanzialmente secondo lo stile, la personalità e il modo di narrare visivamente di ogni disegnatore.

Alcatena, in particolare, è un disegnatore molto fantasioso. Quante volte ti ha sorpreso, vedendo quanto ha ricavato da una tua sceneggiatura?

Nonostante abbiamo fatto un sacco di cose insieme, Alcatena non smette ancora di sorprendermi. Non è che cambi il testo o elimini delle cose, piuttosto è che... ogni aspettativa io abbia su quello che va a disegnare, lui la supera sempre. Voglio dire: ogni volta che credo di aver capito il disegno di Alcatena, lui lo arricchisce di nuove risorse creative.
Uno dei lavori in cui mi sorprese di più fu "Metallumterra" (Metallica), dove fu capace di dare tracce di umanità a esseri fatti di metallo.

Discutete molto i particolari, anche mentre la storia è in lavorazione, o gli lasci piena libertà d'inventare?

Qualche volta (ricordo, per esempio, il primo capitolo di "Caoscomic") finiamo per discutere il lavoro vignetta per vignetta, ma è l'eccezione più che la regola.
Generalmente parliamo della serie prima di iniziarla e alla fine di ogni capitolo. Ma lo facciamo solo per scambiare opinioni e sistemare dettagli, sennò abbiamo entrambi piena libertà d'inventare.

I racconti disegnati da Breccia, anche se hanno ambientazioni e personaggi diversi, sono spesso raccolti in una serie. È una cosa fatta dall'Eura, o è così anche in originale?

È così anche in originale. Il progetto dei lavori con Breccia era realizzare episodi indipendenti, uniti da un tema in comune: i viaggi in "Confines" (Confini), i banditi in "Sin Ley" (Senza Legge), la magia ne "Los Libros Negros" (I Libri Neri), creature nascoste e misteriose in "Anónimas Criaturas" (L'Orrore non ha Nome).
La cosa più vicina a una serie normale fra quelle realizzate con Breccia è "Relatos sobre la Luna" (I Racconti della Luna), che credo l'Eura stia pubblicando in questo momento. Si tratta di una storia alternativa della conquista della Luna e gli episodi hanno una loro continuità (man mano che la serie avanza si fanno riferimenti a fatti e personaggi dei capitoli precedenti). Ma le storie restano autoconclusive e i personaggi cambiano a ogni episodio.

Leggendo le tue storie, ho notato che ci sono dei temi che vi ricorrono molto spesso: quelle disegnate da Breccia sembrano regolate da una sorta di legge del contrappasso (una specie di giustizia poetica). Con Alcatena sembri privilegiare il tema del dovere e della responsabilità (penso a "Il Cuore della Pantera", ma anche molti liberi) o del rapporto creatore/creatura ("Caoscomic"). Credi che sia molto importante dare un insegnamento a chi ti legge, o è solo un accessorio alla storia?

Non ho mai pensato di utilizzare le mie storie per insegnare qualcosa. Nella fiction accade quel che vuole l'autore, ragion per cui non serve a dimostrare niente. La mia esperienza di vita non è più valida di quella di chiunque altro, ho appreso quello che la vita mi ha insegnato per averla vissuta in un determinato modo. Se avessi vissuto in un altro modo, sicuramente avrei appreso cose diverse. Pertanto, l'esperienza di una persona serve da apporto parziale, come una visione personale che può contribuire (o no) alla comprensione di questioni che interessano a noi tutti, ma non come discorso educativo o formativo, come quelli delle favole e delle loro morali.
Tuttavia, credo che la morale diventi una necessità nella fiction, quando cessa di esser presente nella realtà. È la necessità che l'idealismo sopravviva, e che parole come "solidarietà", "lealtà", "onore", "onestà", "fedeltà", "verità", tanto difficili da trovare nelle notizie dei periodici (e nella vita quotidiana) appaiano da qualche parte. Non tutte le mie storie rispondono a una concezione morale, ne' tutti i personaggi hanno un posto in paradiso, ne' tutti i miei finali sono lieti, ma se ricorro con una certa frequenza al riscatto di alcuni valori, è perché lotto per non cadere definitivamente nello scetticismo.

La cosa che mi sorprende è come il livello morale sia allo scoperto, ma non appesantisca la storia. Lavori molto per ottenere questo effetto, o è una naturale conseguenza del tuo modo di scrivere?

Do per scontato che tutti noi autori lavoriamo duro affinché le nostre storie non risultino pesanti o scontate. Quello che succede è che non tutti i lettori s'interessano alle medesime cose, ne' reagiscono agli stessi stimoli, ne' concordano sugli stessi valori.
Una volta mi trovai in un cinema a vedere un film che mi annoiò insopportabilmente. Cercando un modo di passare il tempo, cominciai a studiare le espressioni di alcuni spettatori vicini. Mi sorprese notare che qualcuno si mostrava intensamente interessato allo spettacolo, quando non emozionato. Allora mi sforzai di concentrarmi sulla trama, sperando che il film facesse a me lo stesso meraviglioso effetto che faceva ai miei vicini di poltrona... senza alcun risultato.
Beh, la colpa non fu dell'autore, ne' mia. Semplicemente, l'effetto magico che l'autore aveva preparato, con le giuste parole, le immagini attentamente scelte, le situazioni adeguate, nel mio caso particolare non s'era prodotto.
Non esiste una formula per ottenere l'attenzione e l'approvazione di tutti i lettori, che non sia lavorare duro perché l'effetto magico ricercato dall'autore sia alla portata dei gusti più disparati.

Sei, credo, lo scrittore con lo "scatto breve" più bruciante che abbia mai visto. In 13 pagine fai miracoli. Ma più si allungano le storie, più sembri perdere ispirazione. Abbiamo così serie brevi che vanno dal bellissimo al capolavoro ("Attraverso il Labirinto"), ma serie lunghe, come "Cleaner Nox", zoppicanti. Quando riusciremo a vedere una serie del livello di Mazzitelli ma lunga come quelle di Wood?

Beh, "Cleaner Nox" è tutto un tema a sè e diventa quasi una continuazione dellla risposta precedente. A me "Cleaner" piaceva (specialmente la terza parte, quella sul fantasma di Marilyn). Faccio male a dirlo? Credo di no. Mi sentirei peggio a dire: "Cleaner mi è piaciuto meno di una rettoscopia", perché allora tutti quelli che l'hanno letto (sia loro piaciuto o no) (specialmente il mio editore) avrebbero il diritto di pensare che li ho presi per fessi, cercando di far passare per un banchetto una bistecca cruda, piena di vermi e di carne putrida.
Dunque, non mi offende (ne' mi sorprende) il fatto che a qualcuno possa non piacere. Anche quando l'espressione "qualcuno" sta a implicare molta (o moltissima) gente. Non mi arrabbio coi lettori perché a loro non piace il mio lavoro, ne' discuto con loro sul tema. Non posso immaginarmi in una situazione assurda come prendere un lettore per il bavero e reclamare minacciosamente: "Come, non ti è piaciuto Cleaner Nox??!! Ti deve piacere, maledetto! va' a leggerlo di nuovo!"
Non posso immaginare l'autore di quel film che mi risultò insopportabile che si siede sulla poltrona accanto alla mia per chiedermi spiegazioni sul "perché non faccio qualche sforzo in più per apprezzare il suo lavoro".
Lo sforzo per far sì che il mio lavoro arrivi a piacere ai lettori devo farlo io, non loro.
Comunque, tornando alla tua domanda, se t'interessa sapere se ho in progetto qualche serie lunga, la risposta è sì: stamo lavorando, con l'Eura, a qualche progetto di serie lunga, incluso un nuovo Nox.
Se vuoi sapere se ti piaceranno, ti rispondo che... non ne ho la minima idea.
Vorrei che piacessero (incluso il nuovo Nox), e lavoro per migliorarle, però il fatto che io sia soddisfatto dei miei lavori (come è successo per il Nox originale) non significa che altri lo saranno.

Puoi darci qualche particolare in più su queste nuove serie?

Posso solo darti qualche dettaglio sulle serie che sto concretamente preparando di questi tempi. Sono due serie conosciute dai lettori Eura.
Una è "Radzel", che qualche tempo fa s'interruppe per altri impegni di Ernesto Garcia Seijas. L'altra è "Cleaner Nox", che ha subito qualche cambiamento e che ora si chiamerà semplicemente "Nox". In realtà sono i cambiamenti che la serie stava subendo col tempo, riguardo il passo della narrazione. Originalmente mi sembrava un gioco interessante mostrare come andava evolvendosi e formandosi il personaggio definitivo. Ma ora credo che forse stavo sviluppando questo processo con troppa lentezza, e ho preferito accelerarlo.
Dovrebbero esserci altre serie lunghe in progetto, ma sono ancora allo stato embrionale, e può darsi che non si concretizzeranno.

Domanda stupida: come crei gl'incredibili nomi dei tuoi personaggi? Alle volte sembrano presi dagli annali dei re Sumeri, o dal Kalevala...

Non lo faccio sempre, ma mi piace dare un buon nome a un personaggio, è parte delle sue caratteristiche e della sua personalità. Ancora una volta, il genere fantastico offre più possibilità creative rispetto a, che so, il poliziesco. A volte mi assicuro solo che il nome appaia divertente. Dico "appaia" e non "suoni" perché alcuni di questi nomi sono davvero difficili da pronunciare.
A volte esagero. Decidere i nomi dei protagonisti della serie "Browning & Cooper", la satira dei noir anni '30 di cui forse ti ricordi, mi prese un bel po' di giorni. Realizzai una lista di più di 100 nomi per ognuno dei due, e nessuno mi risultava del tutto soddisfacente. Alla fine, quando avevo optato per Thompson (per i mitra) e Bogart (per Bogie), decisi di cambiarli nei definitivi (Browning per le pistole, Cooper per Gary). Ma fu un caso estremo.

Risso, Alcatena, Taborda disegnano anche per gli Stati Uniti, Trillo scrive anche per la Francia e l'Italia, Wood scrive alcune storie di Dago nel formato tipico italiano. Non ricordo storie scritte da te che non siano del formato argentino. Intendi misurarti anche con altri mercati, o sono io che ho preso una cantonata e l'hai già fatto?

Attualmente non ho progetti concreti per lavorare al di fuori del mercato italiano. Mi piacerebbe provarci qualche volta, ma non me ne preoccupo ececssivamente, ne' mi sto muovendo in quella direzione. Se proprio deve accadere, che sia un fatto naturale.
Quanto al formato, é quello deciso dall'editore. Troverei interessante lavorare con un formato differente, per episodi più lunghi, ma accetto che siano gli editori a prendere queste decisioni.

Molti scrittori di fumetti, se intervistati, dicono che, da quando hanno cominciato a scrivere, leggono meno fumetti o non ne leggono affatto. Tu leggi ancora la "concorrenza"?

Beh, non sarà una risposta originale. Anch'io leggo meno fumetti da quando li scrivo. Qualche esperto di marketing direbbe che noi scrittori di fumetti siamo una pessima pubblicità per il prodotto ("Non dite che ne leggete di meno, idioti! Dite che ne leggete più di prima, che non potete smettere di leggerli, che avete scoperto che l'unica verità della vita, il massimo piacere dell'esistenza, la felicità più assoluta è leggere fumetti!" raccomanderebbe l'addetto al marketing)(nota: amo quest'uomo. Se fosse una donna lo sposerei), ma la verità è che ne leggo di meno.
Posso tentare una spiegazione: quando ero solamente un lettore usavo i fumetti per distrarmi dal lavoro o dallo studio. Ora, quando leggo o guardo della fiction, la seguo lavorando. Cerco sempre di anticipare la trama, indovinare la direzione verso cui sta andando l'autore. Quando ci riesco, mi sento deluso, perché l'argomento non ha avuto alcun mistero per me, e non ho potuto gioire della scoperta. Quando non ci riesco, pure, perché l'autore è stato più abile di me ed è riuscito a fregarmi.
Imprevisti della professione.

Leggi fumetti non argentini? Se sì, quali sono i tuoi preferiti e perché?

Tutto Pratt, "Asterix", ogni cosa disegnata da Manara, "Watchmen" e "V for Vendetta" di Alan Moore, tutto quello che potuto leggere di Grant Morrison. E sono sicuro di star dimenticando molte cose. Ma come ti ho detto, ora leggo di meno.

Grant Morrison. Lo hai nominato fra i preferiti, è l'unico scrittore di fumetti che citi nell'ultima pagina di "Attraverso il Labirinto", e in "Caoscomic" sembri sviluppare a modo tuo alcuni temi di "Doom Patrol" e "Animal Man". Cosa ti attira di Morrison?

Non vado ad analizzare troppo quello che mi piace. E l'attrazione e l'interesse verso qualcosa non è mai il risultato di poche ragioni, che possano spiegarsi con chiarezza. Di Morrison mi diverte l'ingegno senza limiti, e la sua meravigliosa ironia. Sicuramente quello che mi salta più all'occhio delle sue storie è la capacità di creare mondi che funzionino con regole proprie, ma allo stesso tempo solidamente convincenti.

In Italia i tuoi lavori sono pubblicati sui settimanali dell'Eura Editoriale, che hanno un difetto: presentano sullo stesso albo storie scritte in periodi diversi (pensa che l'ultimo episodio di "Mi Novia y Yo" di Wood è stato pubblicato l'anno scorso) non permettendo al lettore di farsi un'idea di quello che è oggi il panorama argentino. Potresti farcene un quadro tu?

Momentaneamente, qui non c'è mercato per i fumetti e tutti noi professionisti con qualche anno d'esperienza lavoriamo per altri paesi. Dico momentaneamente, perché mi costa credere che un paese con tanta storia culturale in questo genere non andrà a recuperarlo, prima o poi. Tuttavia, c'è un gran numero di giovani professionisti e affezionati che stanno sostenendo, con grandissimo coraggio, una serie di pubblicazioni indipendenti. Non esistendo un mercato di massa che imponga i suoi gusti, questi artisti godono di una gran libertà creativa, e ottengono creazioni molto personali. Credo che parte dell'impegno di noi autori più "sperimentati" debba essere far conoscere questi artisti nei media e nei mercati che frequentiamo, perchè non sarebbe strano che in futuro questi autori avessero modo di ottener lavoro nel giro dei professionisti.

Sei ottimista sul futuro del fumetto in Argentina?

Amplio il senso della tua domanda (perché non posso dare una risposta in maniera avulsa dal contesto) e vado a dirti se sono ottimista sul futuro dell'Argentina.
Beh, devo esserlo.
Ricordo la scena di un film di James Bond (quando Bond era Connery) nella quale una spia veterana stava insegnando le tecniche di sopravvivenza a un novellino:
"Primo, mantenere un'attitudine positiva", consigliava l'esperto.
Devo essere ottimista, anche se le aspettative di miglioramento non sono molte.
Perciò continuo a esserlo, e il giorno che si smetterà di credere che esiste una via d'uscita si saranno chiuse definitivamente tutte le porte.

Già, in Argentina c'è una tremenda crisi. Come la stai affrontando? Ti sei trasferito? So che chi ha potuto ha addirittura cambiato cittadinanza...

Ci sono molti modi di soffrire una crisi, e credo di averli sperimentati tutti. È decisamente brutto quando soffri nel tuo intimo, e il fatto che gli altri stiano bene non sempre è un conforto sufficiente. Ma quando la crisi si è generalizzata tanto che tutti quelli che ti circondano ne soffrono le conseguenze, diventa angosciante. È quasi impossibile uscire in strada senza vedere in che modo la povertà, l'ingiustizia, l'isolamento e la violenza si siano estesi.
È da 5 o 6 anni che progetto di prender casa all'estero, e anche di adottare la cittadinanza italiana, il cui sangue ho ricevuto dai miei antenati. Ma non voglio andarmene ora. Non per le ragioni che mi spingono ad andarmene in questo momento.
Una cosa che non ho mai fatto in vita mia (fra le molte che ho fatto) è viaggiare, conoscere il mondo; è una faccenda che ho in sospeso. Mi piacerebbe viaggiare e, senza dubbio, conoscere l'Italia, a cui mi legano cose che vanno oltre il mio lavoro. Però preferirei farlo per piacere e non per necessità. Vorrei poter fermarmi in questo presente dell'Argentina fin quando posso sopportarlo e non dovermene andare costretto dalle circostanze, come hanno fatto molti argentini.
Nessuno vuole restare su una nave che affonda, ma non è gradevole neanche assistere a un naufragio a distanza, nella sicurezza della terra ferma. Specialmente quando sulla nave ci sono quasi tutte le cose che si amano.

E i colleghi che conosci? Ricollegandoci alle domande precedenti, che ripercussioni ha questa crisi sul mondo del fumetto argentino?

Non è semplice rispondere.
La tecnologia (con le mail e i fax) e la crisi stanno favorendo il naturale isolamento prodotto da questa professione, perciò adesso è meno frequente incontrarsi coi colleghi. In più, per noi la crisi è la quotidianità, l'abitudine, quello che viviamo tutti i giorni, il comune e corrente, perciò difficilmente è argomento di conversazione. Comunque non c'è dubbio che tutti abbiamo passato momenti duri. Però siamo ottimisti (dobbiamo esserlo).

Il fumetto argentino è spesso molto vicino alla società. Penso ai piani di lettura, di critica sociale, dei fumetti di Oesterheld, e più avanti a "Loco Chavez" di Trillo. Eppure non mi è sembrato di vedere accenni alla crisi nei fumetti dell'ultimo anno. È ancora troppo vicina per "digerirla" artisticamente?

Suppongo che la maggior parte dei fumetti argentini che state attualmente leggendo sia scritta per il mercato estero. Questo può portare a una certa prudenza nel parlare di "quello che succede in casa", specialmente in un momento in cui la situazione mondiale è in un estremo stato di tensione, del quale la crisi argentina, pur essendo una delle sue prime conseguenze, è solo un lato.
Però ammetto che nel mio caso personale, nel mio lavoro per l'Italia, ho scritto poco o niente sull'Argentina (con o senza crisi), e me ne accorgo proprio nel momento in cui rispondo a questa tua domanda.

Torniamo al faceto. Altra domanda stupida: se potessi scrivere storie di un personaggio di un altro autore, quale preferiresti? E cosa gli faresti fare?

Non mi entusiasma molto scrivere personaggi altrui. Mi è capitato in un paio di occasioni, ma solo per breve tempo e su richiesta di un editor o di un collega.
Non è una questione di vanità o di sottostima del lavoro altrui, semplicemente credo che nessuno possa maneggiare un personaggio più del suo autore originale.
Ecco, ci sono dei personaggi di cui mi sarebbe piaciuto essere il creatore.
Per esempio, avrei voluto scrivere la prima parte dell'"Eternauta", ma ho rifiutato varie offerte di continuare la serie (che sempre sarà di Oesterheld). Mi sarebbe piaciuto scrivere "Sandman", o "Corto Maltese", o i primi capitoli di "Dax" di Wood, o "Robin delle Stelle" di Trillo o "Il Mago" di Barreiro, ma inventerei cento e più scuse per non continuarle, se qualcuno avesse idea di propormelo (non dico che non potrebbero convincermi in nessun modo, solo che dovrebbero sudare per farlo).

E finiamo con un classico: c'è qualcosa che non ti ho chiesto e che vorresti dire?

No. Anzi, credo di aver divagato anche troppo, in certe risposte. Forse sì, un desiderio ce l'avrei.
Spero che nessuno mai ricordi quest'intervista come io ricorderò sempre quell'insopportabilmente noioso film.


 

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