PRIMA PROSPETTIVA

di Kumagoro 

Una volta, su nelle Terre del Sogno, il Grande Orsetto, Padre-di-Tutti, mi disse: "Figliolo, ricorda che gli esseri umani non sono come noi. Essi credono che il tempo proceda in linea retta, e che esista solo ciò che possono toccare e misurare, e che tutto ciò che possono toccare e misurare esista. Credono che le tenebre siano il male, perché tolgono dai loro occhi la visione dei contorni netti del loro fragile mondo. E alcuni di loro, che vivono circondati da tenebre invisibili, credono persino che Milo Manara sia un sommo artista, perché lo ha detto Mollica. E quando le tenebre si fanno più dense e fitte attorno a loro, essi arrivano addirittura a credere che Mollica sia un critico di fumetti".

Fu così che decisi di scendere sulla Terra.


LA POLPA DEL PULP: "PREACHER"
di Garth Ennis e Steve Dillon

La folle sfida di un irlandese che parla agli americani dei loro (molti) vizi e delle loro (scarse) virtù (nonché dei loro stessi miti)? Un modo per riflettere sull'etica della società occidentale alla fine del secondo millennio? Un'operazione beffardamente dissacratoria e assolutamente demistificante ai danni di tutte le comode certezze dei benpensanti?

Preacher è tutto questo. Le avventure di Jesse Custer, predicatore disilluso alla ricerca di un senso alle azioni di Dio, abbracciano temi scottanti e soluzioni non consolatorie, e lo fanno senza porsi troppi problemi su "quello che si può dire in un fumetto". Con pura sensibilità di fine secolo, pugni nello stomaco, irrisione, spietatezza, ritmo e ironia a catinelle, Garth Ennis non perde mai di vista il cuore pensante di questo pulpeggiante involucro.

Molto spesso, però, gli osservatori della superficie dell'involucro (modo garbato per dire "superficiali"), vengono (dis)turbati dalle sue asperità esteriori: turpiloquiare spinto e compiaciuto, violenza senza mezzi termini, talora posta in chiave fin troppo sarcastica ma sicuramente ben esplicitata, blasfemia mai tentata in passato da un anglosassone che fosse un minimo riconoscente alla bandiera della libertà di parola (ovvero: "Puoi esprimerti come ti pare, purché tu dica le cose che ti permetto di dire").

E sicuramente Ennis non avrebbe potuto pubblicare Preacher per l'Image (del resto, Ennis in California sarebbe come John Constantine testimone di Geova). Certo, viene comunque da chiedersi come faccia a uscire per la Vertigo, che è sostanzialmente la DC, ossia mainstream allo stato puro.

Ma la Vertigo ha un tipo di pubblico collaudato e la magica scritta "FOR MATURE READERS" (detestabile discriminazione, fosse per me sarebbero tutti gli altri fumetti a dover esporre lo strillo "FOR IMMATURE READERS"!). L'Image, al contrario, pur rifiutando il marchietto del Comics Code, è perfettamente consapevole che l'età e la preparazione media dei suoi lettori non sono poi così alte. Per questo Spawn squarta e Witchblade si spoglia, ma con moderazione (e nel rispetto dell'assoluta correttezza politica).

Insomma, se Ennis deride l'America e poi la denuda per trovarne il nocciolo, la caricatura dell'americano (peggio, del TEXANO) deve includere il turpiloquio come codice comunicativo.

I campagnoli che si accoppiano tra consanguinei, lo sceriffo reazionario, il ragazzino stupido che si fa condizionare dai media: sono tutti stereotipi ridicolizzanti. Persino la ragazza con la pistola indipendente e femminista lo è. E così tutti gli altri, a loro modo, fino all'autoironico irlandese alcolizzato e spaccone. Eppure l'episodio retrospettivo dedicato alle origini di Cassidy fra le bombe dell'IRA risulta molto meno scanzonato del consueto. Ed è questa la forza di Preacher: insinuare in uno scenario irriverente e dissacrante temi puri e profondi, nuove consapevolezze e una nuova moralità anticonvenzionale; il tutto condito da un andamento narrativo che si allontana dall'ovvio e riesce a sorprenderci con solipsismi e inattesi momenti di raccoglimento.

Le oscenità di Preacher sono quindi occasione primaria per beffeggiare i perbenisti, vitale ribellione ai "miseriaccia" e ai "diavoli dell'inferno", rifiuto del buonismo e dell'ipocrisia. Lunga vita dunque ai liberatori e autoironici "fuck"!

Il vero turbamento proverrebbe invece dall'immaginare un Cassidy che esclama "accidentaccio" o un Jesse che usa il Verbo per ordinare allo sceriffo di andare a farsi un bagno (scena seguente: lo sceriffo si lava tutto incazzato).



IL GIAPPONE SENZA DORATURA: "THE LAST MAN"
di Tatsuya Egawa

Se Egawa fosse cileno anziché giapponese, sarebbe oggi un desaparecido, e già da un bel pezzo. Tutto il suo discorso artistico appare infatti come un'unica gigantesca critica alla realtà sociale nipponica, che Egawa mette in discussione a partire dai suoi stessi massificanti principi.

Il fondamentale problema dell'assimilazione dell'individuo all'interno dei rituali sociali è già stato trattato sia dalla sua serie più famosa, Golden Boy, che dal doppio racconto Love & Peace (pubblicato in Italia sul secondo Erotikappa). In particolare, la rappresentazione dell'istituzione scolastica attraversa tutta la sua carriera (da Be Free! a Tokyo Daigaku Monogatari), così come l'indagine sulle fantasie estreme dell'individuo.

Il mondo della scuola e il desiderio individuale sono anche temi portanti di questo The Last Man, serie che si rivela fin da subito spiazzante e brutale, pur distinguendosi rispetto al passato per uno stile più asciutto, completamente privo di quelle corpose didascalie interiori così frequenti in Golden Boy.

Ai è una liceale non molto brillante d'intelletto che trova per strada uno strano ragazzo senza memoria, nudo, apatico e apparentemente privo di ogni esperienza nei rapporti umani. Colpita, decide di portarselo a casa, come farebbe con un gattino randagio, e di chiamarlo Makoto.

Caratterizzata come una stupida REALE, patologica, quasi al punto da suscitare compassione nel lettore, la protagonista di The Last Man è un personaggio molto singolare, non semplicemente una simpatica ochetta, né un richiamo sessuale di sorta. Folgorante è il suo ricorso ai fumetti per decidere della sua vita, anzi la completa sostituzione dei fumetti al suo raziocinio zombificato: dichiarato oltraggio agli otaku? I mangaka "pensanti" continuano a mal sopportare di dover creare quasi esclusivamente a vantaggio di un pubblico di fanatici privi di intelletto proprio?

Ai non è infine molto diversa da Makoto, e trai due si instaura un rapporto primordiale che ricorda quello tra due animali domestici, ma che si può chiaramente avvertire come pura finzione e che Ai capisce a stento. Entrambi non sono in grado di pensare chiaramente, ma Makoto possiede almeno il vantaggio di riuscire a imparare, con grande interesse ed estrema velocità (e apprendimento rapido e curiosità verso il mondo sono altri importanti temi egawiani).

Tutti gli altri personaggi sono bastardi, infidi, bugiardi, spietati. L'immagine del mondo scolastico che ci viene offerta è particolarmente repellente: sopraffazione, mancanza di sentimenti, degrado comunicativo ai massimi livelli, crudeltà e freddezza come unico paradigma del rapporto tra gli studenti, disinteresse o incapacità come sole caratteristiche mostrate dagli insegnanti. Si tratterà di un acido eccesso o del vero stato delle cose che nessun altro ha il coraggio di mostrare ai suoi lettori, mettendoli davanti a uno specchio solo leggermente deformante?

Ai gioca con Makoto (che significa "verità") e cantilena verso l'astioso fratellino Seigi (ovvero, "giustizia"): "Noi siamo due, tu ti senti solo? Fai ancora in tempo a unirti a noi", rivelando così il suo inconscio desiderio di rapporti differenti, più gioiosi e semplici; di persone che dicano le cose che lei vorrebbe dicessero, come quando le fa parlare come burattini; di un mondo ideale e sicuro che rispecchi quello degli amati fumetti, dove le tragedie si risolvono sempre alla puntata successiva.

Sullo sfondo di tutto ciò troviamo anche l'utilizzo della componente maschile come oggetto sessuale, con i ruoli tipici invertiti: non più il protagonista tontolone che ottiene la ragazza dei suoi sogni a completa disposizione (schema frequente anche negli hentai), bensì l'esatto inverso dal punto di vista dei sessi.

E ancora una volta, le risposte di Egawa non sono facilmente intelligibili né prevedibili a priori, e i binari metaforici del suo allestimento procedono sempre verso nuovi, caustici (e talvolta artisticamente distruttivi) territori. Nel perfetto stile di un autore sicuramente conscio della potenzialità del suo medium, e che da sempre si fa profeta del libero pensiero individuale, talvolta (ma non in questo caso) anche abbondando un poco in vena declamatoria.



SANGUE GIOVANE: "RIGEL"
di Elena de' Grimani

Si è soliti lamentarsi della scena indipendente nostrana, popolata da poche riconoscibili categorie di autori: il patetico imitatore di prodotti mainstream, l'intellettualoide onanista, l'avanguardista elitario, il finto intrattenitore le cui velleità artistiche sgusciano fuori come scheletri dall'armadio.
Un panorama desolante, avvilito dalla diffusione virulenta dell'inesorabile invidia tremens, sintomo di squallore tipicamente italiota.

Estranea a tutto questo (e da esso in buona parte disgustata), sorse a un tratto nel 1999 una nera donzella che decise di tentare l'unica possibilità rimasta a un'aspirante fumettista che non apprezzi l'attuale corso bonelliano e non voglia disegnare esclusivamente topi&paperi o tette&culi: prender su e prodursi da sola il proprio fumetto.

Così, ecco che l'eroina della nostra storia vera, novella Kevin Smith, rompe il salvadanaio dei sudati risparmi, vende una collezione di Dylan Dog e dà coraggiosamente alle stampe un volume deluxe di 112 pagine in patinata con sovraccoperta. Roba da far ingelosire le più note editrici, naviganti tra fuori registro, sbavature, tavole tagliate e carta da pacchi.

Soddisfatta e appagata, la nostra si accingeva quindi a riporre china e pennelli, cominciando a pensare a un modo serio per sbarcare il lunario, quand'ecco che si manifestò un curioso effetto collaterale della pubblicazione: il suo fumetto cominciò a vendere. Alla gente piaceva.

I vari studiosi chiamati ad analizzare il fenomeno non sono ancora riusciti a trovare una spiegazione soddisfacente a questo bizzarro evento. Tra le varie opinioni espresse (talune simpaticamente influenzate dall'invidia di cui sopra), provo anch'io ad azzardare un'ipotesi: Rigel è piaciuto perché non è stato realizzato per compiacere il pubblico o l'Arte, ma soltanto la sua autrice.

E la sua spontaneità è la chiave della sua riuscita, fin dalla veste editoriale estremamente piacevole e corposa.

Intendiamoci, Rigel non è costruito, ma non è nemmeno vuoto: molto ben scritto a livello testuale, letterario dove serve, immediato altrove, innesta un'anima palesemente autobiografica su un racconto fantastico che riunisce le passioni di una vita, dalla letteratura gotica ai vampiri di Anne Rice.

Rigel è una non-morta outsider che scoprirà di far parte a sua insaputa di una guerra ancestrale e dovrà fare i conti con parti rimosse del suo passato. Ma Rigel è anche l'evidente alter ego della sua creatrice, con la quale condivide l'anima, la città (una Roma intasata dal traffico), il modo di essere e, come si evince dalla dedica del n.1, persino alcune amicizie rigorosamente non-umane.

Stilisticamente si passa poi dal coraggio al vero e proprio eroismo: l'uso del tratto manga (nella fattispecie, una contaminazione a partire da una forte influenza del design di Satoshi Urushihara) equivale da noi all'attraversamento di un campo minato. Tra manga-fan che giudicano degno di essere guardato solo il prodotto originale autenticato e manga-haters che considerano la scuola giapponese una discarica di rifiuti fumettistici, lo spazio per inserirsi è esiguo.

Eppure Elena de' Grimani c'è riuscita. Certo, alla sua prima esperienza non potevamo pretendere che si mostrasse già come la figlia di Alan Moore o del Berardi dei tempi che furono. Ma nel secondo numero la scansione narrativa diviene più fluida e il tratto comincia a farsi ancora meno debitore di zio Satoshi. Con il terzo, e lo spin-off Tìnebra, voci corrono che la decisione di smettere baracca e pupazzetti sia tornata a bussare con forza alla porta della sua autrice, stante la difficoltà di sbarcare seriamente il lunario con le autoproduzioni, seppur di successo.

Eppure, a questa vampirotta un po' incazzosa e un po' malinconica, che veste dark (o meglio, goth) come la sua autrice, non dorme in una bara, non vive in un maniero gotico, non viene mostrata fare "cose da vampiri", e andrebbe molto d'accordo con Cassidy, mi sento di augurare una lunga immortalità.

A lei e a tutte quelli e quelle che la seguiranno sotto marchi indipendenti come Anatema, dimostrando che il fumetto è soprattutto l'espressione di un bisogno personale di raccontare qualcosa.


Coordinate:

Preacher (The Preacher, DC-Vertigo 1995)
di Garth Ennis e Steve Dillon
(in Italia in volumi Magic Press)

The Last Man (id., Kodansha 1998)
di Tatsuya Egawa
(in Italia in volumi Star Comics)

Rigel (Anatema 1999)
di Elena de' Grimani


 

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