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FROM HELL La maschera e il volto
di
Raffaele Ventura
From
Hell è un'opera immensa.
Solamente considerare di poterne tentare un'interpretazione mi provoca
una vaga sensazione di malessere. Vertigini. Mi gira la testa. Barcollo.
È una giusta punizione per questo tentativo logicamente votato
ad infrangersi di fronte ad un meccanismo opulento di simboli, significati,
dubbi e mistificazioni. Sembra fin troppo banale ripetere che From
Hell non è la biografia romanzata di Jack lo Squartatore,
e il problema rimane: Cos'è From Hell? Ed è
questa la domanda, così semplice in apparenza, la cui risposta
sfugge, andando a dimostrarci quest'immensità sfuggente.
Non rimane altro che arrendersi quindi, abbandonare ogni speranza
di potere comporre un'analisi organica dell'opera (impresa appunto
immensa quanto l'opera stessa, impresa coraggiosa quanto impegnativa,
che lascio a gente ben più capace di me); ma questo non significa
certo rifuggire dal piacere di tentare d'inseguire i percorsi con
i quali Alan Moore ha costruito il suo inquietante e geniale labirinto.
Ogni
capitolo sembra avere, in From Hell, una propria coerenza interna,
che non viene caratterizzata solo dalla tematica, dalla struttura
o dal discorso sviluppato, ma dalle modalità stesse della
narrazione, e questo appare chiaro in particolare nel secondo (contenuto
nel primo volume dell'edizione italiana): si tratta della prima
apparizione di quello che diventerà a tutti gli effetti il
"protagonista" dell'opera, alla fine di un percorso formativo
(l'infanzia, la carriera medica, la massoneria...) nel quale il
curioso "punto di vista" pare assumere con insistenza
un significato, sottintendendo subdolamente l'intimo legame tra
forma e contenuto. È su questo momento centrale dell'opera
che quest'analisi vorrebbe svilupparsi, sulla costituzione dell'identità
del personaggio, un divenire forse solo apparente che culmina nell'attribuzione
di un volto, una maschera che trascende la dimensione "storica"
rappresentata da Sir William Withey Gull.
LO
SGUARDO
"Pensate
che il sole resti
abbagliato
dalla sua stessa luce?"
James Hinton (citato in From Hell, II)
"Meno di un ditale di iodio divide l'intellettuale dall'idiota...
Il quale fenomeno mi accingerò subito a dimostrare."
Poi, il buio. Oscurità somministrata per via orale alla vittima
di un "esperimento" che rappresenta l'incontro tra il
discorso scientifico (storico) e quello "esoterico" (proprio
dell'opera di Moore) portato avanti da William Gull. Poco prima
che tutto fosse inghiottito in un'oscurità resa curiosamente
densa dal pennello di Campbell, vediamo per la prima volta il volto
del protagonista delle 32 pagine precedenti. 32 pagine nelle quali
seguiamo Gull dall'infanzia attraverso le tappe fondamentali di
una vita di successi, fino all'incontro con la prima delle sue vittime.
Un prologo quindi, una rapida nota biografica che permette al lettore
di conoscere i trascorsi del personaggio per situarne le azioni.
Ma se da un lato la lettura di questo capitolo non ci porta alla
comprensione del progetto di Gull (ce ne lascia, forse, solo intuire
l'ampiezza), dall'altro queste poche pagine sono ricchissime di
contenuti e suggestioni fondamentali per la comprensione del personaggio,
e quindi dell'opera stessa.
La vita di Gull ci è raccontata attraverso una successione
di scene più o meno lunghe collocate in sequenza cronologica,
frammenti illuminanti quanto oscuri separati da ellissi temporali
di lunghezza variabile. Dopo la descrizione aneddotica di un infanzia
già stranamente sintomatica, l'accenno biografico prosegue
in tre direzioni, ovvero la carriera medica, l'ascesa nella massoneria
e la vita privata, attraverso le quali si dipana un percorso mistico,
ancora sfuocato (che farà coincidere con l'incarico affidatoli),
tra architetture del tempo e visioni del "Grande Architetto".
In effetti, in questo capitolo non ci viene proposta nessuna sintesi,
nessun punto di arrivo nella riflessione di Gull: e questo non tanto
perché il percorso non sia già del tutto chiaro nella
sua mente; semplicemente questa parte di Gull è appunto quella
inghiottita dalle ellissi, o, per riferirsi direttamente alla forma
della narrazione, è al di fuori del quadro. Gull non
appare in questa sua biografia posticcia: non appare fisicamente
(lasciando recitare le parti del suo corpo ma senza mai apparire
totalmente, e in particolare senza esibire il suo volto), ma non
appare neanche ancora come personaggio (o meglio, è secondariamente
personaggio, lo è esclusivamente come motore drammatico -
mantenendo comunque sempre una sorta di passività - ). Gull
viene descritto in quanto coscienza empirica: è una
tabula rasa sulla quale vanno ad imprimersi conoscenze che
lo costituiscono. In questo senso Moore non rifiuta di costituire
un'interiorità al personaggio, bensì effettua, attraverso
il personaggio, un discorso sulla soggettività stessa: l'essere
di Gull si costituisce attraverso la realtà nella quale agisce.
Parlare di una "soggettività" di Gull non significa
identificarla con il punto visuale sulla realtà circostante:
salvo qualche eccezione, non abbiamo una descrizione "in soggettiva"
nel senso cinematografico del termine, pratica che alla lunga rischierebbe
di diventare tediosa e inelegante (a maggior ragione in un fumetto,
che non può addurre a giustificazione l'essenza stessa del
mezzo cinema - la videocamera - come fonte dello sguardo). Non si
tratta quindi di una soggettività della percezione
(capita di vedere Gull dall'esterno, magari confuso nel buio). E
ancor meno di una soggettività letteraria, che consisterebbe
nel conoscere i pensieri o la Weltanschaung del personaggio, la
sua realtà interiore. Un esperimento del genere era stato
tentato da Moore in un episodio di Swamp Thing, Uomini
Neri, dove assistiamo all'agire di un serial killer dal suo
stesso punto di vista, vedendo ciò che vede lui e leggendo
nei suoi pensieri. Evidentemente, questa tecnica "classica"
è molto diversa da quella "creata" nel secondo
capitolo di From Hell. Anche lo scopo è diverso: nel primo
caso il lettore tenderà verso una sorta d'identificazione
col soggetto (avvicinandosi a conoscerlo e nel contempo provandone
orrore), nel secondo il soggetto è assente, inconoscibile,
lontano, e la sola conoscenza che abbiamo di lui è quella,
"soggettivamente obbiettiva", che lui stesso ha del mondo.
Non siamo il soggetto, né lo conosciamo. Eppure, paradossalmente,
abbiamo di lui una conoscenza che si riduce proprio alla "soggettività",
nella misura in cui la cosa più inconoscibile per un soggetto
è il soggetto stesso, ciò che è fuori dal campo
percettivo (la vignetta, appunto): conoscendone solo l'esperienza,
l'identità di Gull si riduce per il lettore proprio a questa.
Si tratta, per così dire, di una soggettività epistemologica
(frammentaria quindi solo indicativa del percorso conoscitivo),
che riduce il risultato inespresso del pensiero e della conoscenza
di Gull all'implicito divenire del suo costituirsi. In questo senso,
Gull in questo capitolo esiste labilmente, o piuttosto: non esiste
ancora; quella che sembra essere una biografia non è
altro che il costituirsi di un'identità, di una soggettività,
tramite l'esperienza (della percezione passiva ma anche dell'agire
in quanto motore dell'esperienza). Questa
biografia del personaggio sembra volerne limitare l'identità
al divenire cristallizzato dell'esperienza, della conoscenza, della
percezione (le visioni); ma è un illusione: questa identità
è, fin dal primo momento, già presente e già
sfuggente. In questo capitolo, Gull esiste nella misura in cui si
costituisce, ma ci rimane ignoto. Il divenire dell'esistenza esperita
sembra precedere l'essenza, eppure, qualcosa ci suggerisce che
c'è dell'altro.
IL
VOLTO
"[...]
L'epifania come volto rappresenta un rapporto
differente da quello che caratterizza il resto
dell'esperienza sensibile [...]"
E. Lévinas, Totalità e Infinito (III, A)
Assume importanza capitale l'apparizione
del volto all'ultima pagina, quasi a voler sigillare la realizzazione
dell'identità di Gull. Il personaggio diventa propriamente
se stesso quando si conclude un percorso formativo che trasforma
la materia esistenziale (l'esperienza) in forma essenziale (l'identità):
l'attribuzione di un volto sembra l'attribuzione stessa di questa
identità. Gull diventa propriamente Gull (e lo proclama:
"Sono Sir William Withey Gull") in quel momento, e non
risulta difficile capire perché: qui comincia tutto (eppure
era già cominciato da sempre), le strade convergono disordinatamente
(agli occhi di chi non può capire le complesse architetture
della quarta dimensione, ovviamente) per divergere secondo i piani
di William Gull nella realizzazione del suo "infernale"
progetto. L'iniziazione (non più solo massonica) è
terminata: Gull rinasce assumendo la sua forma definitiva. Lunga
vita alla nuova Carne! (interessante puntualizzare come alcuni
riti massonici e sciamanici prevedano che l'iniziato venga simbolicamente
"fatto a pezzi" per poi rinascere - la stessa frammentazione
che troviamo nella narrazione come susseguirsi di esperienze - )
E' importante notare la valenza etico-morale del volto, in quanto
metafora (a partire da Lévinas) del riconoscimento dell'Altro
non più come semplice oggetto (la relazione ontologica),
ma come alter-ego, altro soggetto (la relazione etica): il volto
è l'interiorità nell'esteriorità, l'oggetto
che rivela una verità interna che lo trascende. Il volto
ci intima di riconoscere un oggetto come non ridotto esclusivamente
al puro dato oggettivo, alla pura esperienza percettiva : il volto
nega dialetticamente l'oggetto, rendendolo un più-che-oggetto
. Quindi paradossalmente, è proprio il passaggio da una condizione
di soggettività epistemologica (dove Gull non appare che
come contenuto della propria esperienza) ad un'oggettivazione del
personaggio che si rivela in modo più esplicito l'io nascosto
dello stesso. Diventando oggetto (come sarà per tutto il
resto dell'opera), Gull si presta finalmente a fare percepire la
sua complessa e oscura interiorità. Il volto è quindi
la chiave del passaggio a una conoscenza interiorizzante del personaggio
da parte del lettore, più di quanto lo fosse la condivisione
parziale della sua esperienza. In questo senso ci si avvicina al
rifiuto del psicologismo decadente da parte degli ultimi realisti
ottocenteschi, per i quali "l'esterno rivela l'interno"
(Maupassant). Moore costruisce, prima del completo manifestarsi
dell'identità del suo personaggio (che non per questo diventa
trasparente, ovviamente, ma come minimo assurge ad oggetto potenzialmente
conoscibile), un meccanismo narrativo completamente diverso sia
dal psicologismo soggettivista che dal realismo interiorizzante:
un meccanismo narrativo elusivo proprio perché l'assenza
di un "volto" (nel suo senso proprio e figurato) rappresenta
l'assenza di una porta per entrare nell'interiorità; ma riesce
a farlo senza per questo ridursi a fare dell'obiettività
(iper)realista. Moore si allontana da tutti questi opposti creando
un nuovo sistema di percezione finalizzato alla costituzione di
un'identità.
L'assenza del volto permette inoltre a Moore di non dovere avere
a che fare con una pluralità di Gull storici il cui aspetto
muterebbe da scena a scena, ma di confrontarsi esclusivamente col
Gull "istituzionalizzato" dalla storia. L'epifania del
volto non è solo il punto d'arrivo del percorso costitutivo
del suo essere, ma anche la risoluzione di un mosaico elusivo che
ha contraddistinto l'intero capitolo. Come si è già
detto, l'utilizzo della soggettività percettiva è
limitato (ma incisivo: il sezionamento del topo o certi momenti
dell'iniziazione): Gull viene inoltre rappresentato come silhouette
(lontano o nell'ombra) oppure come una sintesi di dettagli metonimici
(particolare importanza viene data alle mani, suo "strumento
di lavoro"). È opportuno notare che tra questi abbiamo
un primo piano del volto, coperto da una vasta benda, durante l'iniziazione
massonica: il volto in questo caso funge da strumento per esemplificare
il rito, e anche se non del tutto coperto, è importante notare
che esso sia comunque coperto, nella sua sola quasi-manifestazione.
La scelta delle modalità di apparizione di Gull è
lungi dall'essere casuale o puramente relativo ad una scelta di
gestione dello spazio all'interno della vignetta: in particolare
è fondamentale il modo nel quale è stato scelto di
rappresentare la visione della triplice deità massonizante
Jah-Bul-On. Non abbiamo una soggettiva, come sarebbe logico trattandosi
di una visione, ma una "splash page" nella quale vediamo
l'imponente divinità sovrastare il personaggio in contemplazione.
Moore separa quindi esplicitamente la soggettività percettiva
(il punto di vista spaziale sulla realtà) dalla soggettività
epistemologica (andando a confermare quanto detto precedentemente
sulla non necessaria identità delle due). L'esperienza mistica
assume lo stesso rilievo che l'esperienza "reale": indipendentemente
dalla loro provenienza, esse sono messe sullo stesso piano. Il ruolo
centrale dell'esperienza non si riduce quindi a quella sensibile,
ma a ogni tipo di esperienza (non si pone qui il problema della
follia o meno di Gull, della verità o meno della visione,
tutte distinzioni sostanzialmente ininfluenti, riduttive e sgradevolmente
positiviste). Moore crea un "empirismo mistico" difficilmente
classificabile, che trascende le certezze e la collocazione delle
conoscenze all'interno di una scala gerarchica di valori, dando
pari dignità ad ogni dimensione della percezione (ricordiamoci
che Swamp Thing è un personaggio fondamentalmente allucinogeno,
alimentarmente parlando).
Moore, in questo capitolo, situa il suo personaggio in una dimensione
di quasi-soggetto e non-ancora-oggetto, rendendone impossibile la
conoscibilità, ma suggerendola attraverso i suoi Erlebnisse.
L'esperimento di Moore è profondamente interessante, un incredibile
tour de force espressivo, ovvero riuscire a rappresentare un personaggio
né come oggetto conoscibile né come soggetto conoscibile
: possiamo solo percepirlo come oggettività vuota (nella
mutezza del suo apparire) e soggettività vuota (nella mutezza
del suo esperire). Il tentativo sembra essere quello di ridurre
la soggettività epistemologica all'identità (un'identità
quindi fondamentalmente "vuota" in quanto a suggestioni
che trascendano il rapporto tra la tabula rasa del solus
ipse e l'esteriorità, anche se "simulata",
come nel caso della visione), l'esistenza all'essenza, come sembra
realizzarsi in questo capitolo. Eppure, il tentativo è minato
dall'interno, e si rivela semplicemente illusorio. Il volto non
è altro, in fin fine, che una maschera.
LA
MASCHERA
"No!
La mia faccia ! ridatemela !"
Alan Moore, Watchmen (V)
Il
personaggio in quanto tale non esiste ancora, è un continuo
costituirsi; o almeno così sembra. Perché accanto
all'apparente trasparenza di questo meccanismo conoscitivo si fa
largo la consapevolezza che al di là del quadro, ci sia qualcosa:
che per quanto ci si sforzi di ridurre Gull a quello che abbiamo
letto in queste 32 pagine, Gull è già. La soggettività
epistemologica, la costituzione empirica dell'io, sono fatte implodere
dai segni nascosti di un io che già esiste, al di là
di una conoscenza che non fa altro che guidarlo su un sentiero che
sembra già essere deciso. In questo senso, l'adozione di
tale prospettiva epistemologica non serve ad altro che a distruggerla
concettualmente, sabotarla dall'interno per toglierle senso: l'identificazione
dell'io alla sua attività di assimilazione della realtà
è minata dai segni di un'inquietante trascendenza, una sorta
di ordine necessario (che assume in questo caso un significato ben
preciso, in quanto architettura della quarta dimensione). Prima
ancora che la conoscenza di Gull potesse costituirsi, Gull era già,
in quanto concetto che spinge per realizzarsi, e nelle sue innocenti
parole di bambino prevede già ciò che sarà:
"Bé, se non potrò navigare l'oceano forse
mi piacerà avere a che fare con qualcosa di simile... Qualcosa
che fluisca come l'oceano... Qualcosa di salato e antico".
Gull segue un percorso che ontologicamente precede la sua realizzazione,
perché già "deciso", necessario nel suo
manifestarsi: la libertà è presente solo negli accidenti,
non può influire sul reale senso degli eventi.
Il costitursi del volto (cioè dell'identità del personaggio
al termine di un divenire conoscitivo) non è quindi un reale
divenire dell'essenza rappresentata da Gull, ma solo della sua manifestazione
accidentale del suo "corpo storico" (in senso eucaristico,
per così dire). La componente accidentale di un'identità
sostanziale trascendente che precede l'esistenza di Gull. Questo
volto che vediamo comporsi non è quindi altro che una maschera,
la maschera "materiale" di una realtà da sempre
presente in Gull (o meglio da sempre presente nel divenire storico,
che l'individuo assume passivamente), che attende di venire alla
luce. Il volto si fa maschera come il verbo si fa carne: Gull è
l'incarnarsi di un logos eternamente perpetuo nella ciclicità
del tempo, e ne è consapevole. C'è un soffocante sentore
di destino, in questa vita che si costituisce accidentalmente seguendo
un percorso predeterminato, e da questo nasce la sensazione del
lettore di essere arrivato troppo tardi, malgrado la biografia cominci
nei primi anni di Gull, quando la tabula rasa cognitiva avrebbe
dovuto essere ancora rasa, appunto. Invece, al di fuori dell'esperienza
di Gull, qualcosa sembra già esserci, il personaggio
è già contaminato, già animato
da una consapevolezza che non rivela la sua provenienza: tutto sembra
essersi svolto altrove, in un altro tempo (o forse, appunto,
fuori dal tempo). Moore rende inutilizzabile lo schema empirico
semplicemente invertendo il senso del divenire: l'esistenza non
precede più l'essenza, al contrario, l'essenza precede
e determina l'esistenza. L'essenza è il dato che si ripete
eternamente, l'esistenza la realtà storica nella quale si
manifesta Gull: il processo epistemologico è quindi quello
in cui costituendosi la maschera, ovvero l'identità individuale,
temporale, storica appunto, viene trovato un mezzo (che solo all'interno
del meccanismo drammatico, o dell'indagine storica, potremmo confondere
con uno scopo) per l'effettuarsi del fine in potenza, rappresentato
dal volto nascosto di ciò che Gull interpreta. Il costituirsi
dell'identità di Gull attraverso l'esperienza dell'esistere
sviluppa le condizioni materiali, pratiche (il farsi carne del logos
appunto), della realizzazione di un progetto che, come abbiamo visto,
è innato, ontologicamente anteriore ad ogni esistenza. La
natura di questo progetto rappresenterebbe un argomento ancora più
vasto, oltre ad essere, in questo capitolo, solamente accennato.
Gull è quindi, come tutti, un burattino, un attore, una maschera,
un personaggio guidato da una verità trascendente (la quarta
dimensione come prigione eterna, che si fonde con il concetto stesso
di Dio in quanto ordine universale : sembra quasi di assistere alla
concezione Hegeliana del divenire storico come teofania): ma ne
è consapevole, e questo gli restituisce un po' di libertà
(il burattino tenta di farsi burattinaio). Le tappe del suo percorso
conoscitivo, descritte in questo capitolo, sono indubbiamente determinanti
nel cammino verso questa verità, ma nel contempo contingenti
e accidentali, visto che essa è già in lui. Eppure,
essa sembra manifestarsi completamente, coscientemente, in occasione
della Visione, rivelazione dello "strappo nel cielo di carta"
che porta finalmente a compimento l'esistenzializazione dell'essenza,
la totale identità tra il Gull-essenza e il Gull-incarnato.
Gull
non è quindi un essenza in divenire, ma il divenire di un'esistenza
per ritrovare la propria essenza innata ed assumerne la maschera
(in quanto ruolo, appunto). L'inquietante confusione tra maschera
e volto è un elemento ricorrente nell'opera di Moore, basti
pensare a V, che è esclusivamente in quanto maschera
e continuerà ad essere in questo modo "dopo" la
morte fisica della sua prima incarnazione, o al rapporto di Rorschach
con la propria altra identità: in entrambi i casi, la maschera
rappresenta il vero volto (Rorschach lo ammette esplicitamente),
l'essere privato della maschera significa venire depredati della
propria identità. La maschera non nasconde il volto, lo sostituisce,
diventa il volto. L'assunzione della maschera rappresenta la sottomissione
ad una verità trascendente (una nuova concezione etica, politica,
metafisica per esempio) guidato dalla quale l'individuo si propone
di guidare l'umanità verso una redenzione purificatrice.
È il tentativo disperato, folle, degli eroi di Moore: di
Rorschach, V, e William Gull.

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