LO STORYTELLING DI CAGES

di Exquisite Dave 

Culturalmente, Dave McKean è un artista atipico per il mondo del fumetto,
e questo ha senz'altro favorito il suo essere fuori dalle righe. Non era un appassionato di fumetti quanto di cinema, fotografia, illustrazione, pittura e musica. L'iscrizione al college fu ad un corso di design, "perchè era quello che lasciava più libertà creativa", ma l'intenzione era quella di diventare un illustratore professionista, cosa che comunque ha realizzato con notevole successo. Credo si ritenga molto più un illustratore che un disegnatore di fumetti. L'entrata in scena nel mondo del fumetto è dovuto principalmente al suo incontro con Neil Gaiman e il resto è storia (approfondibile, ma per lo più nota).

Analizzando i suoi primi lavori, quello che balza all'occhio, oltre all'impostazione originale di molte tavole, è l'abbondanza di disegni molto cinematografici: infatti con "Black Orchid" McKean dà sfogo al suo desiderio di iperrealismo, causato dall'eccessiva genericità, a parer suo, del disegno standard da fumetto.

Quindi, dipinti, fotografie e persone vere anzichè clichè "da fumetto". Su "History of the Photograph", McKean scrive un articolo in cui propone l'uso della fotografia nel medium fumetto. "Una fotografia è necessariamente una persona, *quella* persona, un cerchio con due puntini dentro è *società*" afferma. E invita ad interessanti riflessioni sull'utilizzo creativo della fotografia nella narrazione: cambiando la sequenza delle immagini, la distanza fra il soggetto e l'oggetto, ingannando il lettore nella visione, e ricordando che la narrazione giace comunque per lo più nel non visto, negli spazi fra le vignette. Invita a nuovi tipi di "closure" possibili con il medium fotografia.

"Arkham Asylum" è un'ulteriore sviluppo di Black Orchid: pesantemente dipinto, e con oggetti e foto assemblate direttamente sulla tavola. E qui McKean comincia a dubitare dell'utilità di questo processo come davvero utile alla narrazione: la gente che idolatra le tavole di Arkham, infatti, si perde per ore ad ammirare l'illustrazione... trascurando la storia.

"Mescolare vari stili non è importante. Quello che conta è la comunicazione. Come parlare al pubblico, qual è il modo migliore in cui raccontare la storia? Una vignetta che funziona non deve farsi guardare per ore, bensì farti desiderare di leggere la seguente."

Da qui il desiderio di fare qualcosa di più fluido dal punto di vista narrativo. "Signal to Noise" rappresenta il primo passo di questa risemplificazione.
Ancora fortemente dipinto (e con un massiccio utilizzo di fotocopiatrice a colori) ma alternando splash pages simboliche o sperimentali (concordate con Gaiman, utilizzando una sorta di cut-up burroughsiano rimescolando le parole dello script) e pagine al servizio esclusivo della narrazione, su regolarissime griglie 4x4.

Proprio in questo periodo iniziano i lavori a Cages, che durano 6 anni.

Nel frattempo però vediamo anche "Mr. Punch". In Mr. Punch le fotografie hanno una parte molto importante. Ma le fotografie non sono lì in quanto fotografie, ma perchè sono menzogne: fotografie ritoccate allo scopo di ribaltare le nostre convinzioni. Uno si aspetta che una foto sia verità, sincera, la memorizzazione di un attimo, e McKean le usa nei momenti più misteriosi, sfocati, onirici. Le cose vere sono invece disegnate, e disegnate con stile fanciullesco, che poi è il punto di vista del bambino protagonista.

E veniamo a Cages. Per ammissione di McKean, mai soddisfatto di quello che fa, è il fumetto che avrebbe sempre voluto leggere. Senza culture di nessun tipo dietro ("Neil [Gaiman] ha una cultura letteraria che io non ho, quello che scrive è stupendo, ma non naturale, spontaneo, come vorrei"), McKean parte registrando dialoghi e conversazioni su cassette, riascoltando e scegliendo i più veri. Provate a leggere un fumetto di supereroi ad alta voce, recitandolo come se foste attori, e riascoltatevi: vi sembrano conversazioni sensate? Macchè, sono un mucchio di stronzate che accettate solo perchè sono in un fumetto. Inoltre, con un blocco di schizzi, McKean ritrae gente più comune possibile, oggetti più comuni possibili, luoghi più comuni possibili. Lasciando fotoritocchi e sovrapposizioni alle illustrazioni, concepisce la narrazione come un flusso naturale, regolare, in cui ogni pagina scorre da sola introducendo la successiva, capitolo dopo capitolo.

Il tratto predominante prescelto per la versione finale è, di fatto, la versione inchiostrata dei suoi schizzi. Sì, perchè chi ha detto che un'immagine deve essere perfetta ad ogni costo? In questo modo la spogli di tutto un sacco di significati. Se sbagli a tratteggiare un naso, cancelli e lo rifai, perdi informazioni importanti sul processo di realizzazione del disegno. Se il cuore di Cages è il significato dell'artista e del processo creativo, allora occorre mantenere anche l'istinto visuale. Il volto disegnato con le linee giuste sopra quelle sbagliate e incerte contiene il vero nucleo del disegno, la sua storia, la sua maturazione: il vero punto di vista del disegnatore.

Lo studio del passaggio da vignetta a vignetta è forse la caratteristica più importante di tutto Cages. Le conversazioni sono di tipo molto cinematografico, con cambi di soggetto e nulla di fuori posto che distolgano l'attenzione dai dialoghi, e l'attenzione che si focalizza sulle espressioni che è importante notare, sia esso l'imbarazzo di Leo mentre parla o Karen mentre ascolta. L'autenticità e la naturalezza dei dialoghi sono brillanti, con perle di ironia e humour (il mitico "No trouble, sir, good night." "Thanks." "Fuckhead.") che si intersecano con momenti drammatici. La traduzione italiana, purtroppo, non è delle migliori. Si perdono alcune sfumature, oltre all'accento slang di Angel, e vi sono anche alcuni errori (tradurre "Shit happens" con "Tutto va in merda" ne altera parecchio il significato! "La merda esiste" non vuol dire che *tutto* va in merda, ma che qualcosa può andarci!).

La maestria giunge però in passaggi più virtuosi. Il momento forse più evidente è forse quando la conversazione viene coperta dalla musica (numero 5). Il tavolo in cui Leo e Karen parlano viene isolato, le luci svaniscono mentre il viso di Angel che suona il sax irrompe nella vignetta. L'ombra di Angel diventa l'ombra della vignetta, e la musica che esce dal sax diventa la luce, che sfoca i personaggi fino a trasformarli in linee sottilissime. Sappiamo che continuano a parlare perchè li vediamo, ma in qualche modo sentiamo solo la musica, che invade e deforma i loro stessi balloons, e quando loro si riappropriano della scena sentiamo il suono svanire, sostituito dal rumore delle stoviglie... E' ora di chiudere il locale, e Leo e Karen sono i soli avventori rimasti.

Un altro momento incredibile per intensità è il concerto di Angel (numero 3). Il concerto inizia a sentirsi mentre Leo è ancora in strada, e quando apre la porta del locale viene accolto dal buio. Angel accende un fiammifero e comincia a parlare. Questa volta vediamo i musicisti suonare ma non sentiamo la musica perchè l'attenzione è focalizzata su Angel. Quando Angel racconta, il suo volto appare tratteggiato al centro della pagina, lo vediamo anche gesticolare, ma il suo racconto è talmente coinvolgente che vediamo le immagini da lui descritte in modo sempre più nitido, mentre il suo volto si dissolve dietro la storia. Il racconto cresce di ritmo, poi si spezza. Riappare Angel e il locale, vediamo i volti degli avventori che ascoltano con attenzione, rapiti, poi Angel spegne la candela e si ritorna al buio. Lo spettacolo è finito. Nella pagina successiva Leo è al bancone e ordina da bere.

E decisamente interessante è il capitolo 9, "Chromatic Scale". Angel compone una canzone al piano, spiegandoci la natura di ogni accordo e di ogni nota. Intervallate con le mani di Angel al piano, abbozzate su un pentagramma, vediamo altre scene: Jonathan si affaccia alla porta, ma la paura e terribili ricordi hanno il sopravvento. Leo e Karen vanno alla galleria. I ricordi di Jonathan ricoprono tutto: sono rumorosi e invadenti, e si passa dalla semplice tricromia alla quadricromia con un predominante colore rosso fuoco. Sentiamo le urla della gente mentre scorrono le parole del romanzo. Jonathan si tappa le orecchie e ritorniamo al pentagramma... raggiunto il climax, la canzone finisce, e alcuni dei tanti nodi della storia vengono finalmente al pettine.

Così, Cages si rivela come un trattato. Sull'arte e sulla creatività, ma anche sulla tecnica narrativa. La storia, non comune, molto allegorica, è vissuta da persone comuni e ha molte caratteristiche della scena indipendente, anche se le manca il tenore autobiografico della maggior parte degli indipendenti. Se autobiografia c'è, non è nella storia quanto nei concetti e nei dettagli.

I personaggi sono troppo credibili per essere "generici", sono realistici senza essere fotografie, ma il loro essere persone comuni li rende ugualmente "da fumetto"; è il modo in cui McKean ci dice che per immedesimarci non è necessario avere un personaggio poco definito e standardizzato, basta che sia dipinto onestamente anche nella sua unicità e personalità. I concetti base della "religione" di McKean, anche se, specie negli ultimi capitoli, diventano più diretti (e, aggiungerei, più frettolosi, meno ispirati), vengono alla luce soprattutto con la pratica.

Mentre lo leggi intuisci che in Cages c'è molto, molto di più della storia. Il tratto usato, i colori, i dialoghi, la calligrafia imprecisa, lo scorrimento delle immagini e delle pagine, ogni particolare è utilizzato per comunicarci gli intenti dell'autore. Niente è per caso, o tutto è per caso, ma è una scelta precisa: tutto ha, comunque, uno scopo e un significato.


 

Nota di copyright: tutte le immagini e i testi rubati per mettere insieme il nostro coacervo sono copyright degli aventi diritto. Tutto il resto è copyright nostro. Chi ne farà uso senza permesso verrà perseguito spiritualmente.