THE END OF BERSERK

di Kumagoro 

Berserk è finito da parecchi numeri, e non ve ne siete accorti.

Kentaro Miura stava già da tempo riscrivendo l'intero universo manga, trascendendo tutti gli stili per arrivare a crearne uno nuovo. Nella sua ricerca stilistica Miura fa confluire stimoli e stilemi provenienti dall'intera cultura fumettistica nipponica (e oltre), per riadattarli alla sua storia, riscrivendone i canoni: il fantasy medievale dell'eccellente scenario rappresentato con vivida crudezza, la perfetta componente introspettiva applicata ai personaggi anche durante i momenti più shonen, le contaminazioni shoojo presenti nella delineazione dei sentimenti dei protagonisti e in vari topoi rappresentativi, la strumentalizzazione del classico hentai che trova il suo senso perfetto nella narrazione e il suo giusto amalgama con tutti gli altri elementi. Addirittura la beffarda concessione di momenti da pura love comedy con tanto di archetipico triangolo amoroso, o le superbe e pirotecniche citazioni del trucido porno-tentacolato alla Urotsukidoji.
Una rielaborazione trasversale del patrimonio dei generi nipponici più disparati, passando dall'assimilazione, alla rivisitazione, alla commistione, alla citazione ironica.

Berserk è TUTTO, e anche di più. È persino un fumetto per ragazzini esaltati, e lo è notevolmente.

È in realtà difficile capire come possa non vendere quanto Dragonball (o quasi): ci sono gli ammazzamenti (sballo!), gli squartamenti (figo!), le viscere che schizzano (mitico!), i cadaveri maciullati (bestiale!), i personaggi caratterizzati a beneficio d'otaku (l'eroe alla Ken che ammazza tutti, il gigante buono, il bastardo infido, il bambino che fa tanto identificazione, l'adolescente che fa tanto identificazione, la ragazza-forte-e-decisa-ma-che-si-dimostra-femminile che fa tanto identificazione... e il bel ragazzone gay, che non fa per niente identificazione ma piace alle donne e non vogliamo certo trascurare il pubblico femminile in forte crescita). E poi i mostri come nella pubblicità dello skifiltor, le armi e le armature medieval-truculente e un po' idiote, i castelli come quelli dei Masters, lo splatter, il bejelit che (diciamocelo) è perfetto come gadget (potrebbe venirne fuori un Tamagotchi sui generis), quel giusto tocco di service sessuale (non troppo, sennò i marmocchi lo scherzano), il prezzo e il formato "popolare", il curatore-otaku od otaku-spauracchio da temere-amare-odiare-prendere per il sedere così ti sfoghi ed esorcizzi la paura dell'orrore che sì, d'accordo, ora sei grande, però talvolta, di notte...

E poi, al culmine dell'iperbole, nel simbolico tredicesimo volume (per noi, i nn.25-26), ecco giungere la tanto attesa Morte. E niente è catartico quanto la Morte.

Ogni autore sa che il momento in cui un personaggio muore è il momento in cui si raccolgono intorno a lui ondate di pura emotività narrativa. Il gesto estremo, la frase finale, la scomparsa, l'avanzamento irreparabile oltre un punto di non ritorno della storia. E qui non siamo nel dorato e rassicurante universo ciclico dei superereroi sempre uguali a sé stessi, in cui la morte non esiste davvero. Qui siamo in luoghi molto diversi.

Miura affonda la prevista stoccata narrativa che tutti conoscevamo già da anni, eppure ci coglie ugualmente impreparati. La costruzione crolla, il piccolo universo si sgretola, la bottiglia col veliero dentro viene infranta dal suo beffardo artefice, che sembra schernire ogni critica sul presunto "alleggerimento di tono" dei capitoli immediatamente precedenti.

Dopo aver lungamente giocato con bestiari medievali, con Hieronymus Bosch, con Brueghel e Blake, Miura riscopre il Nagai che è sempre stato in lui, e arriva al supremo atto di nagaianesimo trasfigurando il suo Gatsu in un riconoscibile Akira Fudo e scomponendo il suo tratto nell'essenza stessa del Maestro.

Il tutto per rendere degno teatro alla Morte.

Muore Kolcas ammettendo di essere sempre stato una nullità finita per caso in quello che sembrava essere un sogno troppo grande per lui, e per una volta non ci sembra così bastardo.
Morte Riabilitante in stile "Era un povero vecchio diavolo, in fondo...".

Muore Pipin senza pensare a niente, o forse in preda a pensieri che nemmeno all'ultimo ci è permesso conoscere.
Morte Eroica in stile "Ho vissuto combattendo in silenzio e così morirò".

Muore Judo con gran scena madre, e sulla soggettiva dei suoi occhi che si spengono, con dialogo interiore sovrapposto al parlato in perfetto stile shoojo, le sue ultime parole suonano come uno sfottò per chi creda in più rigide e machiste concezioni dei racconti (e della vita): "Certo che tu non ti fai problemi a piangere, eh?".
Morte Romantica in stile "Tu non sai quanto ti ho amato...".

Muore soprattutto Gaston. E chi è Gaston? Nessuno. Un nessuno qualunque che intuisce di trovarsi "in un racconto misterioso scritto da qualcuno, e in cui io avevo un ruolo secondario".
Morte Metanarrativa in stile "Ma vi fate prendere per il culo così da un fumettista?".

Morirà (o giù di lì) Caska, ancora vittima di umiliazioni e allusioni sessuali come da copione. Persino i mostri sono contenti che ci sia "la ragazza del gruppo", così da divertirsi un po' in mezzo agli squartamenti di rito.

Berserk è un gioco, quasi una burla. Ma non fa ridere. Forse fa riflettere.

Le fan di Grifis saranno contente che stia per diventare un immortale tutto bello gotico, un (più o meno) biondo Fantasma dell'Opera tenebroso e invitante.

I fan di Caska saranno contenti di vederla tutta bella nuda a portata di fallico tentacolo, così da riequilibrare il tao del potere maschile che stava venendo messo in dubbio dalla sua posizione di superiorità.

I fan e le fan di Gatsu saranno contenti e contente che lui sia l'unico a salvarsi e che vada in berserk e diventi un fulgido e terribile demone vendicativo, tutto bello malinconico e ombroso.

I fan di Berserk penseranno che tutte queste considerazioni siano stronzate. Berserk è un manga fantasy-medievale che racconta di un gruppo di mercenari, del loro capo carismatico che fa un patto coi demoni e diventa immortale, e del suo amico super-guerrierone spaccatutto che s'incazza a morte.

Tsk, tsk, tsk... Ma vi fate prendere per il culo così da un fumettista?


 

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