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SULLE ALI D'ARGENTO DELLA STORIA
di
Marco Messina
Ali
d'argento è un manga estremamente lirico e al tempo stesso
molto fedele alla realtà storica in cui è ambientato.
Per tentare di apprezzarlo e capirlo appieno è necessario
quindi tenere conto del periodo storico e di certe particolarità
del sentire nipponico dell'epoca. A questo proposito, alcune piccole
informazioni possono aiutare a valutare con maggiore cognizione
di causa la forza di certe situazioni e di certi dialoghi, non con
l'intento di scrivere uno sterile trattato popolato di cifre, ma
rimanendo fedeli al punto di vista fondamentale del manga, ovvero
la descrizione dei sentimenti più che delle azioni dei protagonisti.
La fredda e aspra voce dei numeri accompagnerà solo le necessarie
note di approfondimento.
Innanzitutto,
è indispensabile inserire le vicende nel contesto storico
e politico.
Okinawa all'epoca rappresentava parte
del territorio metropolitano giapponese (non nazionale, però)
ed era rappresentata al governo come una delle prefetture. Il fatto
di essere il primo lembo di terra imperiale profanato dall'invasore
americano basta a farci comprendere come Okinawa fosse stata una
battaglia simbolica per il popolo giapponese. (Si tenga presente
che l'isola di Iwo Jima, pur rientrando nella prefettura di Tokyo
era una colonia imperiale).
Esercito e marina imperiali e popolazione di Okinawa si gettarono
in questa battaglia col fanatismo già ben noto agli americani.
Per la prima volta la popolazione civile prese parte attiva alle
operazioni militari: adulti in veste di genieri, giovani in veste
di portaordini e ausiliari-infermieri. Gli effetti della propaganda
al fine di infiammare lo spirito guerriero furono terribili, e condussero
ai suicidi di massa avvenuti all'epilogo della battaglia. (Ma già
a Saipan quasi tutta la popolazione dell'isola si era suicidata
in massa precipitandosi dalle scogliere).
Era l'aprile del 1945 e il Giappone era
ormai esausto a causa dello sforzo bellico. Marina ed Esercito lamentavano
gravissimi problemi di approvvigionamento, equipaggiamento e usura
delle truppe. L'ottica del sacrificio supremo e disperato era ormai
ben matura nei cuori di tutti i comandanti. Nelle recenti battaglie
di Guadalcanal, Leyte e Marianne la marina era stata praticamente
spazzata via, e con essa il fior fiore dell'aviazione.
Nonostante ciò, il 6 aprile per scongiurare l'invasione
di Okinawa la possente corazzata Yamato (simbolo stesso
della potenza imperiale e dello spirito del Giappone) e la sua debole
squadra di supporto partirono per una missione dichiaratamente suicida,
con il disperato scopo di distruggere la flotta americana e incagliarsi
nelle secche per fungere da batterie costiere. Superfluo aggiungere
che la Marina ormai non aveva scorte di carburante per movimentare
le sue navi a tonnellaggio elevato, così la corazzata aveva
nafta bastevole al solo viaggio di andata.
Yamato e scorta furono miseramente affondate dall'aviazione
americana senza alcun apprezzabile successo. Il valore simbolico
di tale sconfitta fu immenso e va tenuto ben presente.
Dal
7 aprile in poi si succedettero gli attacchi suicidi dei
kamikaze e delle bombe volanti pilotate Ohka
(soprannominate dagli americani "Baka Bombs", "bombe
imbecilli"). Tralasciando le mere cifre, l'importante è
notare che gli sforzi immani condussero a risultati in fondo trascurabili
dal punto di vista materiale, ma che lasciarono uno sgomento indelebile
nei militari americani che subirono gli attacchi speciali. Dalle
parole del vice ammiraglio C.R. Brown: "Osservavamo
ogni kamikaze in picchiata con l'orrore distaccato di chi assiste
a uno spettacolo agghiacciante, e non di chi ne è la vittima
predestinata. In quel momento eravamo dimentichi di noi stessi,
presi disperatamente dal pensiero di quel pilota lassù".
Notiamo
che gli attacchi speciali non erano una novità, ma a Okinawa
il ricorso a tale tattica divenne sistematico e massiccio: circa
2.000 attacchi suicidi in pochi giorni fruttarono
il danneggiamento di diverse portaerei nemiche, ma gli affondamenti
si limitarono solo a un cacciatorpediniere e ad alcuni mezzi da
sbarco. Anche i combattimenti terrestri furono condotti con una
ferocia senza precedenti e le forze americane subirono le perdite
più elevate della loro storia.
Forse non tutti sapranno che il dovere del
soldato giapponese era di MORIRE per l'imperatore, e non già
di combattere per lui. Preghiere e voti si levavano affinché
il sacrificio si ripetesse fino alla settima vita.
"Un aereo per una nave, un soldato per dieci nemici"...
questo ed altri erano i motti dei combattenti di Okinawa.
Anche il suddito nipponico si adeguava a questo sentire; da ciò,
le circa 75.000 vittime civili della battaglia di Okinawa.
Morti che ricadono a volte anche sulla coscienza stessa dei soldati
giapponesi, che in numerosi e documentati casi non esitarono, freddamente
o perché ormai alienati dalle privazioni, a infierire sui
loro compatrioti civili inermi, passando per le armi chiunque non
obbedisse agli ordini o involontariamente ostacolasse le operazioni.
In certi casi le esecuzioni furono del tutto immotivate. Valga per
tutti il caso di un vecchio, sorpreso con una scatola sospetta in
braccio e sbrigativamente fucilato come sabotatore. Il presunto
ordigno nella scatola si rivelò poi essere il ritratto dell'Imperatore.
I
combattenti suicidi dunque non rappresentarono un'eccezione o comunque
un incrudimento della condotta bellica del Giappone, ma semplicemente
una espressione ovvia della sua cultura e della sua filosofia di
vita.
Oltre a questo, i soldati morti per l'imperatore si sarebbero rincontrati
in spirito al Tempio di Yasukuni a Kudanzaka (Tokyo), dunque
non si parlava mai di "morte" ma solo di
un "arrivederci al Tempio".
Sui più diffusi quotidiani si inneggiava all'eroismo degli
attacchi speciali e la maggioranza degli aspiranti suicidi proveniva
dalle università. Dopo un sommario addestramento essi erano
pronti per il sacrificio. Per quanto riguarda gli aviatori suicidi,
nella maggior parte dei casi volavano sull'aereo d'addestramento
mostrato nel manga ("Shiragiku", "Crisantemo
bianco"). Il giovane pilota era accompagnato da un
ufficiale più anziano nell'abitacolo posteriore, per indurlo
a portare a termine la missione. All'epoca di Okinawa, infatti,
i veterani dell'aviazione della marina e dell'esercito erano morti
praticamente tutti, in combattimento o suicidi, ed erano disponibili
solo i piloti più giovani e inesperti come Daisuke
e la sua squadra, oppure i volontari dell'ultima ora. In ogni caso,
essi volavano su aerei nettamente inferiori a quelli nemici, in
difficili condizioni di pilotaggio e dovevano superare gli sbarramenti
di contraerea prima di poter cabrare e poi tuffare sul naviglio
nemico.
Anche se in un certo senso la conclusione delle vicende è
scontata anche per il pubblico occidentale (Daisuke morirà),
non è detto che il lettore non speri in un colpo di scena
che sovverta tutto e funga da catarsi. Ebbene, per il lettore nipponico,
l'epilogo del manga è invece già noto a priori, ed
egli non avrà ALCUN DUBBIO sulla sua conclusione. Per un
semplice motivo: un solo equipaggio kamikaze è sopravvissuto
alla battaglia di Okinawa, quello del guardiamarina Aoki
e del diciassettenne pilota Yokoyama, la cui storia
in Giappone è ben conosciuta (e presenta qualche somiglianza
con le vicende raccontate nel manga).
Sapere che la fine della storia era già
scritta, credo aiuti a sentire il manga in modo più fedele
alle intenzioni dell'autore, stimolando ulteriormente a riflessione
sui frutti del sacrificio e dell'entusiasmo dei tanti soldati e
civili di Saipan, Iwo Jima, Guadalcanal, Okinawa, Guam... Uomini
e donne di ogni età (ma spesso giovanissimi) che si sono
sacrificati per il paese, per l'imperatore, per la madre, per la
moglie... Orrore, raccapriccio, paura, ammirazione.
I
piani americani di invasione del territorio metropolitano giapponese
(l'Operazione Olympic) consideravano, oltre ai 2 milioni
di uomini dell'esercito regolare nipponico, circa 28 milioni di
volontari (armati anche solo di lance di bambù), ovvero tutti
i civili giapponesi in età sufficiente da essere arruolati
(dai 13 anni in su). Gli scenari prospettati erano realmente apocalittici,
degni figli di quanto gli americani avevano visto nelle numerose
battaglie del Pacifico. Senza entrare nel merito specifico
delle diverse risoluzioni che portarono all'impiego delle atomiche
su Hiroshima e Nagasaki, è sicuro che esse
risolsero in maniera pressoché immediata la guerra e con
perdite estremamente ridotte (per ambo i contendenti) anche rispetto
alle previsioni più ottimistiche di invasione del Giappone.
Non è quindi insensato dire che le conseguenze dell'ultimo
volo delle Ali d'argento siano state tanto le orribili
sofferenze degli abitanti di due città, quanto, paradossalmente,
la salvezza dell'intero Giappone. Quelle ali ottennero infine
ciò che avevano sperato, sebbene non nella maniera che esse
avevano creduto.
La conclusione di questo approfondimento
è lasciata alle parole del reduce Sakai Saburo, l'asso
degli assi tra i piloti della Marina Imperiale (decollò egli
stesso per una delle prime missioni suicide pre-kamikaze, ma stante
l'impossibilità di raggiungere un bersaglio data la superiorità
aerea americana, rinunciò e rientrò alla base):
"Personalmente," - e non era il solo, come attestano
numerose altre testimonianze - "sono sempre stato contrario
ad accettare l'idea delle missioni suicide, ma questa volta non
si poteva negare che la flotta americana (…) avesse ricevuto
un brutto colpo. (…) Il Giappone non poteva più continuare
a basare la sua forza sui sistemi di armi convenzionali perché
questi non erano più in grado di fornirci quella potenza
della quale avevamo bisogno per continuare la guerra. Ogni uomo,
ognuno di quegli uomini che sacrificavano la loro spoglia mortale,
non moriva, ma passava a coloro che rimanevano la propria fiaccola
di vita".
NOTE
[Pag.1,
"Daisuke"]
Questa è la stessa tavola che ritroviamo a pag.167 come apertura
dell'ultimo episodio. In quest'ultimo caso non è stata ribaltata.
Peccato, sarebbe stato semplicissimo e avremmo visto Daisuke salutare
con la mano destra come a pag.1. Un errore veniale da parte della
Planet Manga, ma come tutti gli errori veniali, sommamente intollerabile
in un'edizione da libreria a 13.900 lire.
[Pag.4,
introduzione di Davide Castellazzi, "Cronaca di una morte annunciata"]
Sottolineo, riguardo al brano riportato da Castellazzi, che mai
prima di allora i sudditi avevano potuto ascoltare la voce dell'Imperatore,
nemmeno alla radio, e che l'atto di Hiro Hito fu senza precedenti
e del tutto sconvolgente per l'intera popolazione nipponica (per
ironia della sorte Hiro Hito scelse, per sé e per l'epoca
del suo regno, il nome di Showa, ovvero "Pace Illuminata").
Per quanto riguarda "i comportamenti assunti durante la Seconda
Guerra Mondiale" da parte dei Giapponesi, essi furono spesso
abominevoli e mostruosi persino secondo un metro di giudizio orientale.
Le truppe giapponesi compirono nefandezze inenarrabili nell'Asia
continentale ai danni delle "razze asiatiche inferiori"
e in certi casi anche ai danni dei loro stessi compatrioti (come
a Okinawa).
[Pag.7,
"Il passo"]
In tutti gli eserciti è difficile tirarsi indietro, specie
se si è giovani e imbevuti di ideali. Forse per un soldato
giapponese era ancora più difficile. Mai la richiesta di
volontari fu fatta singolarmente: facendola a reparti schierati
si poteva sfruttare il timore di dimostrarsi codardi. È singolare
però pensare che i primi equipaggi kamikaze ufficialmente
reclutati dall'Ammiraglio Onishi lo furono in modo molto discreto:
i militari dovevano tracciare un segno in segreto su un foglio recante
il proprio nome. Cerchio o quadrato per esprimere accettazione o
rinuncia a far parte della missione suicida. Mai, comunque, furono
adottati mezzi coercitivi, ma, come Daisuke stesso osserva più
volte, forse era virtualmente impossibile rifiutarsi.
[Pag.22,
"Il numero quattro"]
In Giapponese "Shi" ha diversi significati: tra essi quattro,
ma anche morte. Non stupisca pertanto che Tachihara ricorra sistematicamente
al quattro ("decollo fra 4 giorni alle 4 in punto") per
la data fatidica. Per quanto riguarda le cento ore di vita concesse,
forse il riferimento è ai cento milioni di sudditi che la
tradizione attribuisce all'Imperatore.
[Pag.24,
"Unità d'intenti"]
Come si può desumere, tutta la popolazione civile nipponica
era coinvolta a tempo pieno nella guerra. Oltre l'ovvio impiego
delle donne adulte nelle fabbriche e nelle campagne al posto degli
uomini mobilitati, vi era l'assistenza prestata ai militari da parte
delle studentesse. Chiaramente gli studenti maschi di qualunque
età venivano impiegati per compiti più marziali, come
la sorveglianza antiaerea e antincendio, e compivano un severo addestramento
pre-militare.
Se così può dirsi, neanche i bambini in più
tenera età venivano preservati: per esempio, durante la battaglia
di Iwo Jima, alla vigilia dell'ultimo attacco, da Tokyo fu trasmessa
la Canzone di Iwo Jima cantata da alunni delle elementari a conforto
dei combattenti. Mi sono sempre chiesto quale fosse il testo di
questa canzone...
Per quanto riguarda Okinawa, come già detto, tantissimi civili
collaborarono con le truppe in veste di ausiliari o volontari combattenti.
Dei 450.000 abitanti ben 20.000 uomini costituirono le Boeitai (cioè
le truppe armate di bastoni di bambù, detti appunto "bo"),
3.900 furono assegnati alla 32a Armata come genieri, 600 studenti
furono assegnati ai diversi comandi come portaordini e segnalatori,
e altri 750 costituirono l'unità speciale Sangue e Ferro,
addestrata per operazioni di guerriglia e infiltrazione.
[Pag.34,
"La Yamato è stata affondata..."]
Un simbolo potente. Un presagio di sventura. Non per niente un altro
mangaka l'ha fatta risorgere...
La supercorazzata Yamato (e si noti attentamente che la sua traduzione
è "Giappone"), unità di punta della 2a Flotta,
era una delle navi inaffondabili varate dalla Marina Imperiale Giapponese
in spregio ai trattati internazionali. Simbolo della potenza nipponica
sui mari, fu varata il 16 dicembre 1941, 6 giorni dopo l'attacco
di Pearl Harbour; lunga 263 metri e con 72.908 tonnellate di stazza,
è stata una delle unità navali più grandi e
potenti mai costruite.
Alla vigilia della missione suicida, il comandante della flotta,
il viceammiraglio Ito, e il comandante della nave, il contrammiraglio
Ariga, fecero sbarcare i malati e i guardiamarina ancora in addestramento
in modo da evitare perdite inutili, soprattutto tra i futuri ufficiali
(se suicidio doveva essere per ordine superiore, gli ufficiali della
marina obbedivano, ma non rinunciavano al buon senso). Centrata
da 12 siluri e 7 bombe, la Yamato si inabissò dunque con
i suoi 3.332 uomini di equipaggio, di cui soltanto 269 riuscirono
a scampare la morte.
[Pagg.36-37,
"Giappone ieri e oggi"]
Nell'introduzione, Castellazzi insinua il dubbio che oggi nessun
Giapponese si suiciderebbe per la collettività. Non so se
abbia ragione o meno. Sta di fatto che in nome della comunità
di appartenenza, sia essa la fabbrica, la scuola, il club sportivo,
la banda, il Giapponese oggi come ieri è pronto ad annullare
la propria individualità, a fondersi in uno spirito comune
e sacrificare tutto se stesso. Certe cose forse non cambiano mai.
[Pag.38,
"Tattica"]
Si pensi a quanto doveva essere difficile la missione. Se scoperti
dai caccia nemici, gli aerei erano già virtualmente abbattuti,
appesantiti com'erano dalle bombe e spesso già inferiori
al nemico sia per numero che per prestazioni.
[Pag.38,
"Pregiudizi"]
Quando videro i primi soldati neri, i giapponesi si chiesero se
fossero esseri umani e se pensassero nello stesso modo degli Americani!
La propaganda tratteggiava gli Americani non solo con le consuete
fosche tinte di violatori di donne, saccheggiatori e quant'altro,
ma specialmente come codardi ed esseri inferiori. Amaramente, i
soldati nipponici impararono che un soldato americano scaglia una
granata molto più lontano di quanto loro possano, è
armato quanto un loro intero plotone e... ha qualcosa da mangiare
mentre loro muoiono di fame!
Un aneddoto curioso: gli Americani venivano presi in giro perché
morivano con la schiena a terra, mentre i Giapponesi più
educati nell'ultimo istante di vita si premuravano di coprire le
loro parti intime cadendo bocconi.
[Pagg.69-71,
"Dubbi, dovere"]
La guerra è chiaramente persa, qualunque combattente del
Pacifico lo sa bene. Perché allora sacrificarsi? Eppure,
nonostante i dubbi, Daisuke assilla i meccanici perché riparino
il suo aereo. A pag.71 ritroviamo intatto quel senso di appartenenza
a qualcosa di più grande di noi: il pilota è solo
la punta della lancia, ma i meccanici, gli avieri... loro sono il
braccio che vibra il colpo.
[Pag.109,
"Ammazzadraghi"]
Gli aerei su cui vola la Squadra Hirajima sono dei Kawasaki Ki-45
"Toryu", che alla lettera significa "Ammazzadraghi".
Si è fatto il grave errore di tradurre il termine Toryu,
che andava evidentemente lasciato in originale. Dal contesto non
è chiaro che ci si riferisse ai velivoli: sembra che si parli
della Squadra Hirajima con un nome in codice. Tuttavia, trattandosi
di un manga storico che tratta dei kamikaze il minimo era documentarsi
sui velivoli giapponesi della Seconda Guerra Mondiale. Il Toryu
(codice alleato: Nick) era un caccia biposto molto efficace e pesantemente
armato per gli standard giapponesi; è sorprendente pertanto
che fosse impiegato per missioni suicide, specialmente perché
costituiva il miglior intercettore notturno dell'aviazione metropolitana.
[Pag.121,
"Determinazione"]
Non soltanto il suicidio veniva mascherato da parole eufemistiche:
non esistendo la parola "ritirata", in quanto inammissibile,
i comandanti sul campo di battaglia ricorrevano alla locuzione "girarsi
ed avanzare".
[Pagg.127
e 146, "Falco"]
L'aereo di Daisuke è il Nakajima Ki-43 "Hayabusa",
che significa "Falco Pellegrino". Ma, così come
per Toryu, non bisognava tradurre Hayabusa in italiano. Per giunta
a pag.146 è chiaramente detto che il velivolo si chiama Ki-43
quindi non sussiste nemmeno il dubbio come nel caso dell'Ammazzadraghi.
Il Ki-43 (caccia-bombardiere monoposto; codice alleato: Oscar) fu
l'aereo più importante dell'esercito nipponico, più
per questione di numeri che non di efficacia. Ne furono prodotti
quasi 6.000 esemplari, in quanto, pur non reggendo il confronto
coi caccia americani dal 1942 in poi, mantenne sempre elevate affidabilità
meccanica e maneggevolezza in tutti i modelli via via sviluppati.
[Pag.148,
"Illusioni"]
Prima vignetta. Quasi sempre le operazioni di attacco speciale coinvolgevano
contemporaneamente decine di apparecchi (se non quasi un centinaio).
Nonostante ciò, dei 2.000 attacchi suicidi sferrati durante
la battaglia di Okinawa solo il 15% circa fu coronato da successo.
Più propriamente, solo il 15% dei kamikaze colpì un
naviglio americano, ma non fu affondata alcuna unità di dislocamento
superiore al cacciatorpediniere. Gli obiettivi più agognati,
le portaerei, non subirono affondamenti, benché 6 di esse
venissero danneggiate nel corso della battaglia. Battaglia che comunque,
a causa degli eventi sull'isola, sarebbe stata perduta.
Lo sbarco ad Okinawa (Operazione Iceberg) coinvolse quasi 1.500
unità della marina statunitense, una massa che rappresentò
un buon bersaglio per gli attacchi suicidi. Il primo giorno furono
colpite 3 portaerei, 1 corazzata, 1 incrociatore e altre 10 piccole
unità, un tributo ben misero paragonato alla forza schierata.
Se praticamente nullo fu l'effetto materiale, molti combattenti
americani concordano però nell'attribuire agli attacchi suicidi
un effetto sul morale: l'insorgere della psicosi del kamikaze che
logorava le truppe sottoponendole a notevole pressione.
[Pagg.152-154,
"Il Giappone perderà"]
All'inizio del '45 i vertici del governo, della marina e dell'esercito
erano ben consapevoli che la guerra era ormai perduta. I più
nazionalisti auspicavano una resistenza a oltranza finché
il Giappone non sarebbe stato distrutto, i moderati speravano di
continuare la guerra disputando ogni obiettivo al nemico in modo
da procurare una resa onorevole nel '46. Gli attacchi speciali si
confacevano ad ambedue le visioni ed è singolare notare cosa
si intendesse per "moderato" in Giappone in quelle circostanze.
Per fortuna, se così può dirsi, il Progetto Manhattan
venne a togliere le castagne dal fuoco a Truman e MacArthur.
Tra le motivazioni che portarono allo sgancio delle atomiche vi
fu ANCHE la consapevolezza che i Giapponesi avrebbero compiuto azioni
folli per scacciare gli invasori dal loro suolo; nessun esercito
può guardare a cuor leggero le perdite di una guerra senza
quartiere e ANCHE per questo le atomiche furono sganciate. Per questo
si può vedere un unico filo ininterrotto che lega il decollo
del primo aviatore suicida da Formosa al decollo dell'Enola Gay.
[Pag.158,
"Ringraziamenti"]
Leggendo la lettera di Daisuke viene da pensare alle poesie di Ungaretti
e ai libri di Remarque; la stessa poetica delle piccole cose: cibo,
affetto... che infine sostituiscono gli ideali patriottici.
[Pag.163,
"Quindi ti dico arrivederci…"]
La vecchia madre vedova… si recherà o no al tempio di
Yasukuni a Kudanzaka, come nella canzone?
Dalla
stazione Ueno a Kudanzaka
divento impaziente, perché non conosco la strada.
Ho impiegato tutto il giorno, poggiata al mio bastone,
per venire a vederti, figlio mio, a Kudanzaka.
Il
grande portale svetta alto nel cielo
e conduce a un magnifico santuario
che accoglie mio figlio tra gli dèi.
La tua indegna madre piange nella sua gioia.
Ero
una gallina nera e ho messo alla luce un falco
e tanta fortuna è più di quanto merito.
Volevo mostrarti il tuo Ordine dell'Aquilone d'Oro.
E sono venuta a vederti, figlio mio, a Kudanzaka.
[Pag.164,
"Madre..."]
Gli unici ideali che infine rimangono sono quelli più astratti,
sfuggenti: quelli di un futuro migliore, più libero. Forse
Daisuke ha infine trovato il senso del suo passo: non è per
proteggere ma per dare speranza che lo compie. Chi rinuncia alla
libertà scegliendo di morire probabilmente lo fa nel nome
della libertà stessa...
[Pag.165-166,
"Pioggia e lacrime..."]
Nessun commento... solo lacrime.
[Pag.167,
"Saluto"]
Ne ho già parlato: sarebbe stato meglio non ribaltare questa
pagina.
[Pag.181,
"Signor Urakawa, signor Hoshikawa, signor Fukushima…"]
Un caso di adattamento infelice: "signore" non è
in tal caso traduzione appropriata per il suffisso onorifico. Daisuke
si rivolge con deferenza al suo defunto e amato comandante Kamiyama,
appellandolo col suo grado di sottotenente, ma non usa i gradi per
il sergente Urakawa, anch'egli di fatto suo superiore, e per i suoi
pari grado, i caporali Hoshikawa e Fukushima. Questo perché,
al di là del cameratismo e dell'affetto che indubbiamente
legava tra di loro tutti i piloti, ufficiali compresi, Daisuke può
trattare da pari a pari solo i sottufficiali come lui. Nella Marina,
come nell'Esercito, ufficiali, sottufficiali e truppa erano delle
caste fortemente separate. Nell'istante supremo, il gruppo di Kamiyama
viene rievocato da Daisuke, e l'amore e il rispetto fraterno per
l'ufficiale, che chiamava per nome i propri uomini, si esprimono
proprio nel rivolgersi al venerato comandante chiamandolo col suo
grado, accomunando invece tutti gli altri piloti ai suoi ordini
senza alcuna distinzione. Il daimyo e i suoi samurai verrebbe da
dire… In ogni caso in italiano le sfumature sono irrimediabilmente
perdute.
Si veda anche la nota relativa a pag.188.
[Pag.183,
"Discuteremo in un'epoca in cui si potrà parlare..."]
C'è da chiedersi se un simile messaggio d'attacco sia mai
stato trasmesso... È difficile pensarlo, ma chissà...
[Pag.186,
"Ali d'argento"]
Dolenti note... a chi ascrivere queste toccanti parole? A Daisuke,
a Noguchi? Forse allo stesso autore?
Comunque sia, seppure queste parole siano giuste, ricordiamo che
il Giappone intraprese una guerra di aggressione, per preciso volere
della potente cricca militare. Il Giappone voleva conquistare l'Asia
continentale e insulare e la sua guerra è stata crudele e
senza quartiere, specie con le "razze asiatiche inferiori".
Quelle Ali d'argento, prima di proteggere il loro nido, hanno devastato,
ucciso e predato...
[Pag.188,
chiusura di Gianluca Bevere e Keiko Sakisaka, "Un viaggio di
sola andata"]
L'editoriale sarebbe stato a mio giudizio ottimo se solo avesse
anche puntualizzato come molte delle vittime civili di Okinawa si
debbano alla follia delle truppe nipponiche alleate.
Per quanto riguarda l'accenno "al complesso sistema di deferenze…"
e alla traduzione dei suffissi onorifici, devo rimarcare un altro
difetto di questa edizione Planet Manga. Bandendo ogni miope e sterile
purismo fine a se stesso, ritengo che in questo caso i suffissi
onorifici e le forme deferenziali andassero mantenuti nella forma
originale per ragioni di fedeltà alla situazione descritta.
Si pensi all'adozione in tutto il manga, e non solo nel caso discusso
in precedenza, del titolo civile "signore"; esso é
assolutamente fuori luogo nei dialoghi tra militari quand'anche
essi siano di pari grado (e pertanto non doveva essere utilizzato).
Diversa valenza ha naturalmente l'uso del signore rivolto a un superiore.
L'appiattimento causato da questi adattamenti infelici ha di fatto
distrutto le gerarchie tra i personaggi distorcendo la portata delle
loro relazioni personali. Sicuramente si poteva fare di più,
ma ringraziamo comunque chi ha creduto in questo manga e ne ha curato
la pubblicazione in Italia.
Bibliografia
John Toland, L'Eclisse del sol Levante
Arnoldo Mondadori Editore, 1971.
Masanori Ito, La Marina Imperiale Giapponese
Longanesi, Milano 1970.
Saburo Sakai, Samurai!
Longanesi, Milano, 1960.
Enzo Biagi, La Seconda Guerra Mondiale - Vol.8
Gruppo Editoriale Fabbri, Milano 1986.
Marcel Giuglaris, Storia della Guerra del Pacifico
Longanesi, Milano 1973.

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